“Santa Baby” in versione Kyle. Pacchetti e doni sparpagliati su tutte le scrivanie. Stelle natalizie che manco al giardino botanico. In pieno clima natalizio da vacanza già cominciata, con l’amica Berta l’happy hour è scattato alle cinque quando si è presentata nel retro con prosecco e stuzzichini. Ora, essendo che a Natale si è tutti più buoni e che il geometra è l’unico a lavorare ancora, l’aperitivo l’abbiamo spostato nel suo ufficio. A metà scala è partito pure un trenino e qualcuno ha lanciato un "pepe pepe pe pe pe". Temo che tra mezz’ora non riuscirò più ad arrivare al mio computer visto che chiunque entri dalla porta viene invitato al party improvvisato, per cui ne profitto ora:
auguri spaiati e siate bambini.
Oggi il muratore, in piena bega condominiale, mi ha guardata sconsolato e mi ha chiesto come faccio, dove trovo tanta pazienza e quella “inglesitudine” che m’impedisce di dare di matto. Francamente non lo so, a volte anch’io me lo domando mentre tiro certe madonne e mi assale la voglia di prenderne a calci qualcuno. Rare volte capita che mi spiazzano. Sempre oggi, ad esempio, mi sono trovata in mano un pacchetto inaspettato con dei canovacci felini fatti a mano ed un biglietto con scritto “tanti auguri alla nostra seconda figlia”. In questi casi le madonne condominiali tacciono di colpo e rimango senza parole.
La novità è che l’uomo mi teme. Apparentemente innocua, munita di martello, chiodi, trapano e quant’altro faccio davvero paura a tal punto che per scatenare il panico basta poco, come ravanare nella cassetta degli attrezzi ad esempio. Nel giro di tre nanosecondi, pur di impedirmi di metterci mano, l’uomo fa il lavoro al posto mio. Ecco come un quadro che chiedevo invano di appendere da due anni, ora è appeso esattamente dove volevo. Mi è bastato capire l’antifona e far cadere una scatola di chiodi perché si compisse il miracolo.
Ho fissato un appuntamento a papà con un mio amico. Se ne parla mentre beviamo il caffè.
Spaiata: non so se ti ricordi, lui è uno dei pochi ammessi in casa, solo che lo facevate entrare dalla cantina per non vederlo e ci lasciavate stare in taverna a giocare a biliardo.
Papà: che non c’entra niente con quella volta che hai trasformato casa nostra in un autolavaggio a pagamento per i tuoi amici?
Spaiata: questa proprio mi manca. Dev’essere frutto della tua fantasia.
Papà: ohhhh, io e tua madre abbiamo ancora in mente il tafferuglio generale quando siamo arrivati a sorpresa e la tua faccia colpevole.
Spaiata: scusa, ne ho fatte tante, mi ricorderei anche questa ed invece ….
Papà: probabilmente perché non ti ho sgridata quanto avrei dovuto.
Si vede che già da ragazzina avevo il senso degli affari anche se davvero ho rimosso la faccenda e della mia attività illegale di autolavaggio non ho alcuna memoria. Il genitore invece ricorda eccome a lungo termine, ma se solo sapesse… ho ancora due o tre imprese che i miei genitori ancora serenamente ignorano e per cui, ne sono certa, mi farebbero il cazziatone anche a posteriori.
Assioma è una proposizione o un principio che viene assunto come vero perché ritenuto evidente o perché fornisce il punto di partenza di un quadro teorico di riferimento. 1° assioma spaiato: ottenere il massimo risultato col minimo sforzo e/o perdita. Dimostrazione: anni di convivenza con i miei, dove le mansioni da svolgere ti capitano sempre tra capo e collo e senza che te ne renda conto si moltiplicano e tu non puoi far altro che tentare di arginare con l’assioma di cui sopra, hanno dato bei risultati. Nel lavoro in generale, ma anche per riuscire a scansarlo di tanto in tanto. In qualità di specialista nel campo ho messo a frutto l’esperienza e con solo tre giorni di ferie – gli ultimi – sto a casa dieci giorni.
Evvai.
L’anno scorso quando mi sono resa conto di aver impacchettato l’ultimo regalo con due settimane d’anticipo prima mi sono fatta i complimenti da sola per non essermi ridotta a vagare senza meta la vigilia e poi mi sono detta “oddio, sto diventando proprio come mia madre”. E per una che cazzeggia come la sottoscritta è davvero preoccupante trovare somiglianze col sergente di famiglia. Ovviamente era un anno anomalo. Che solo sabato sera per una coincidenza del tutto casuale ho realizzato che mancavano – solo – dieci giorni a Natale ed io, frescona, non sapevo manco da dove cominciare. Ora si che mi riconosco e posso aprire ufficialmente la caccia spaiata al regalo dell'ultimo minuto.
Da ieri mattina sono stata eletta, decisamente contro voglia, chauffeur ufficiale di papà. Tra i miei compiti quello di andarlo a prendere a casa, accompagnarlo nel giro dei cantieri e scarrozzarlo in genere, possibilmente senza perdere la trebisonda. E la vedo dura. Alle 8:45 già mi chiama per dirmi che sono in – supposto - ritardo anche se ci dobbiamo trovare alle nove, senza contare che nel giro di solo due cantieri pretendeva che facessi un pezzo contromano, una inversione a U su doppia striscia continua, un parcheggio che nemmeno Babbo Natale in ritardo spaventoso con la consegna dei regali si sognerebbe. Alla prima occasione l’ho mollato al geometra che per sua sventura passava dal cantiere e oggi, vivaddio, il meccanico gli ha riconsegnato la macchina. Ne esco quasi indenne.
Lo so da stamattina quando è arrivato un messaggino che annunciava il lieto evento e dall'urlo di gioia che ho lanciato credo lo sappiano anche i vicini. Ora che l’annuncio è ufficiale anche sul blog della mammina, posso smettere di tenermelo per me: stamattina è arrivata la mia omonima che sta bene come mamma Gatta. Sono così euforica e felice per loro manco l’avessi scarrozzata nella pancia io ‘sta bambina. Auguri di cuore a tutta la famigliola, la zia vi pensa tanto.
Abbiamo vissuto in una casa anche più piccola. Una volta trasferiti in questa ci sembrava di poter sbragare, cosa che per altro ci è riuscita alla grande. Forse è incominciata da quella volta in cui non sapevamo dove sistemare tutta l’inutile carta dei rispettivi lavori in proprio, ma si è affacciata, timidamente prima e a gran voce dopo, l’idea che la casa risultasse comunque troppo piccina per contenerci tutti. Bipedi, felini e tutta la nostra cianfrusaglia. Da lì in poi la via crucis sfortunatissima che voi ben conoscete - perché non ve l’ho risparmiata nei dettagli- della ricerca di un nuovo domicilio sufficientemente spazioso per placare i nostri istinti d’espansione. Ebbene, sono lieta d’informarvi che la ricerca è momentaneamente sospesa. E dico momentaneamente perchè, conoscendoci, non me la sento di parlare di “definitivo”, ma stiamo per firmare per la casa a fianco. Che per chi legge è una gran sfortuna. Infatti sarebbe bastato buttare giù una parete ed invece, seppur squattrinati, abbiamo deciso di farne un cantiere tipo “grandi opere” sufficiente a fornire post da qui all’anno prossimo. Abbiate pazienza. E se volete prendervela con qualcuno, prendetevela con la genitrice della sottoscritta che mentre ero via ha aperto una trattativa serrata per farmi contenta.
Sono tornata, ma c’ho il fuso a rendermi più rimbambita di quanto non sia naturalmente ed è una battaglia persa cercare di combatterci. Per un pò dovrò conviverci e rassegnarmi a certe figure di palta che sto disseminando qua e là. Per capire il livello della giornata, torno ora dal notaio. Entro, saluto, consegno a chi di dovere, tento di uscire e mi ci vogliono dieci minuti per infilarmi nella porta giusta. Prima il bagno, poi la sala riunioni in pieno atto, l’ufficio di una tizia, la saletta fotocopie e quando iniziavo a perdere le speranze di far ritorno in ufficio finalmente l’uscita.
Per l'ultimo giorno ci siamo regalati una gita al faro nel punto piu' estremo di Long Island, sfidando la Sunrise way con la sottoscritta - che riesce a perdersi anche in casa propria - a fare da navigatore, la neve ed il freddo. Arrivati a destinazione al tramonto c'eravamo solo noi, l'oceano ed il faro. Uno spettacolo.
Questa non e' una vacanza, it's like a job, but a good job. Arrivo a sera con le sembianze di un mocio ciancicato. Comunque se prima avevo dei dubbi sull'essere in grado di finire indenne una mezza maratona, ora ho la certezza di potercela fare con una certa nonchalance. Solo ieri ci siamo fatti una ventina di chilometri a piedi partendo da Penn Station ed arrivando a Down Town per una mostra. Che poi e' cosi' che si conosce una citta', camminandoci. Se poi nevica il tutto e' ancora piu' incredibile.
Arrivata col treno a Penn Station mi sono subito calata nella parte della turista allo stato brado che cammina a naso in su' completamente conquistata dalla foresta luccicante dei grattacieli. Non mi ci e' voluto molto a capire la differenza tra me ed un newyorchese avendo conosciuto molto da vicino un idrante che, inconcepibile, gli americani sono soliti posizionare in mezzo alle strade dove gli torna piu' comodo e non dove sono meno pericolosi. Grazie ad una figura barbina in pieno Financial District ed ad un livido grosso come un melone ora so perche' bisogna camminare guardando avanti e non in alto. Kisses.
p.s. ovviamente l'uomo ha fatto finta di non conoscermi allungando la lista dei momenti imbarazzanti che gli ho regalato in questi anni di frequentazione.