Colta alla sprovvista alla domanda su quanti anni ho rispondo sempre 32. Mica vero, ne ho uno in meno, ma è da tempo che rispondo 32 presa a bruciapelo. La genitrice dice che non ci do importanza perché vivo bene nelle mie scarpe, ma che prima o poi potrebbe succedere qualcosa per cui i panni che ora calzano a pennello, potrebbero anche andarmi stretti. E’ un’eventualità. Non credo sia una questione anagrafica, ma di testa. Esempio. Da ragazzina vedevi i “grandi” come le donne che si fanno la messa in piega tutti i venerdì e mettono il rossetto rosso ad arte sulle labbra, ora che non esci mai senza il rossetto rosso ciliegia n°15 e ti senti sciatta se non fai un salto dalla pettineuse di fiducia non ti senti grande, ma vecchia. Hai raggiunto quello che per te, da piccola, era la linea di confine dell’idea che ti eri fatta degli adulti. Conosco gente che ci ha perso il sonno. E pure la materia grigia: chi si è messo in testa di fare il Forrest Gump dei deserti, chi ha fissato appuntamento dal chirurgo estetico e si è fatta fare il tagliando, chi ha affrontato la paternità che manco una condanna ai domiciliari avrebbe fatto tali danni. Persino la genitrice ad un certo punto ha iniziato a vestirsi in modo del tutto improbabile per poi tornare alla normalità superata la crisi. Per quanto riguarda la sottoscritta non ho idea di cosa potrebbe scatenarmi reazioni inconsulte, non mi ricordo il segno distintivo che distingueva me dai grandi quando ero piccola e quindi non ho riferimenti. Per ora mi guardo allo specchio e vedo una donna felice, mediamente ben conservata, che ha fatto pace con la sua seconda e che la guarda come manna dal cielo ora che l’inizio del cedimento strutturale dovuto alla gravità si è abbattuto su tutte le sue prosperose amiche, una che ha incassato la notizia che l’ex storico abbia una figlia in modo dignitoso, come il secondo capello bianco che ho estirpato senza dar di matto dopo aver stabilito che non era un capello imbiondito dal sole e dal sale, ma che era irrimediabilmente bianco. Non prevedo scenate nell’immediato, ma evito comunque il rossetto rosso. Mi sa di donna sdoganata dalla spensieratezza, da sempre.
Arriva la comunicazione ufficiale via telefono. Noi si va in Germania, non in Panda, ma in aereo per guadagnare ore preziose che abbiamo tanto da fare. Il programma è fitto tra Berlino, Lipsia ed Essen, dove ci aspetta la “Bundesfamily”. L’ultima volta che sono stata in Germania era a Monaco capitanando un pullman di clienti della birreria tipica tedesca in cui lavoravo, ecco, per l’October Fest non è che ci volesse poi quella gran padronanza della lingua, bastava una buona base a reggere litri di birra in compagnia. Padronanza del linguaggio che comunque a me mancava del tutto visto che sono stata capace di ordinare - per tutti - un panino con dentro un pesce crudo intero credendo fosse insalata. Ora sono passi avanti. Grazie alla frequentazione con l’amica tedesca so dire “snitzel”, bistecca panata tipo milanese per cui non morirò di fame e acqua, patate, grazie, forchetta, grande asino, pupazzo di neve, merda. Le basi per cavarmela ci sono quindi, parto tranquilla. E da qui all'8 dicembre conto di mettere insieme qualche altro vocabolo utile alla sopravvivenza in terra tedesca.

Caccia grossa anche ieri sera. La cavalletta non avrà vita facile. E nemmeno noi a dirla tutta con quegli occhietti lì da spiritato.
Esco a prendere il borsone con il necessaire da corsa e mentre parlo con la Berta arriva un tale che parcheggia proprio davanti all’ufficio dove c’è un divieto di sosta grande come me.
Spaiata: qua la macchina va.
Il tale mi incenerisce con lo sguardo e mi snobba pensando che di secondo lavoro faccia il vigile urbano e sia lì, sulla porta, per il gusto di smaronarlo.
Spaiata: la macchina va, si muove, il freno a manooooo.
Lui finalmente realizza e si gira giusto il tempo di vederla attraversare la strada in direzione di quelle parcheggiate senza riuscire a trovare le chiavi per aprirla e fermare la corsa.
L'avevo avvisato.
Ho una buona memoria a medio termine. Quella sul lungo periodo viene meno sempre più spesso. L’uomo mi detesta quando per strada qualcuno mi saluta col sorriso da parte a parte, io ricambio cordiale e poi gli chiedo chi è. Avrò la memoria selettiva sul tasto on, ricordo solo quello che mi va, del superfluo e/o dell’imbarazzante me ne dimentico. Certo avere un blog è un bell’aiuto, sbirciare nelle chiavi di ricerca anche. Di colpo tutte le varie figuracce e le idee improbabili che ho messo in pratica ritrovano la luce. Come “trasformare dl in ml” che mi fruttò un disastro nella ricetta della focaccia, o “costume da pollo” quello con cui ho avuto il coraggio di andare in giro a carnevale, o ancora “chiave per smontaggio sifone” che ebbe come diretta conseguenza il bagno allagato, oppure “sgomento per le elevate bollette” che, spaiata come sono, pagai, ma che erano della genitrice. Insomma sono un casino, ma l’inquilino con me non ha certo il tempo d’annoiarsi.
Agisco di pancia, se devo mandare qualcuno al diavolo tendo a non pensarci due volte. Specie se mi offende o mi aggredisce senza motivo. Per lavoro ho imparato a mediare, ce lo mando lo stesso, ma prima conto fino a dieci – dieci, nove, otto – lentamente. Stamattina con la mamma di una mia amica che ha affittato da noi un appartamento sono partita alla lontana – cento, novantanove, novantotto – ma ce l’ho mandata comunque. Ha iniziato subito male esordendo dando della deficiente all’amica e questo non mi ha certo bendisposta, ma più di tutto non tollero che, perché potrei essere tua figlia, tu mi maltratti come faresti con lei. Se lei, da trentacinquenne in grado d’intendere e volere, ha fatto delle scelte che non condividi sull’appartamento parla con la diretta interessata, non smaronare agenzia e proprietaria per i fattacci vostri. Per la cronaca dieci secondi dopo ero al telefono con l’amica, mortificata, dopo che le ho raccontato le uscite della madre e chiedendole di tenerla a bada perché la prossima volta parto di capoccia. Nel senso letterale del termine.
C’è baruffa col vicino per un mio pluviale che è lì da trent’anni e che solo ora gli è venuto a noia. Sarebbe oltremodo noioso spiegarne i motivi, rimane il fatto che cordialmente ci ignoriamo. Ora la personcina per bene è in vacanza e si sta “daddio”, se non fosse che ha lasciato il gatto di proprietà fuori dalla porta ad arrangiarsi. Come se la Gatta piantasse la sua ienetta in giardino e se ne andasse, la Vì le sue tre code nel pavese, Bioro Irma per le vie di Roma o, roba da altro mondo, Calzetta e Ciabattinabella senza la cat-sitter che si prende cura di loro. Mi sentirei una merdaccia a fare una carognata tale. Loro evidentemente no ed il povero Nerone vagola spaesato davanti a casa aspettando che qualcuno gli apra. Così nonostante il padrone sia un fetente che non si merita niente, io e Nerone abbiamo un accordo: ci siamo dati appuntamento sotto al mio balcone e ogni sera, alle otto in punto, lui si presenta, miagola il giusto per richiamare l’attenzione e io scendo con un piattino di pappa, aspetto che la finisca, controllo che stia bene e torno dai miei di gatti. Da due giorni il gatto ha capito che sarò la sua fonte di sostentamento per le prossime due settimane e, grato, si lascia anche accarezzare. La bestia non è lui, ma il vicino. Ma come si fa a lavarsene le mani così?!!
Un amore di micetto vero? Bè, è un trovatello e cerca casa – cuccia, coccole e bipede che se ne prenda cura - in zona Milano – Pavia. Se qualcuno di buon cuore volesse accoglierlo contatti pure la Gatta a theblackcat@gmail.com. Qui si conta su di voi eh!
Ho postato la mia prima ricetta su un blog culinario (andate a vedervi "presi per la gola"). Io, santa miserina dei fornelli che procede a tentoni (o a fantasia o a vanvera, va bene uguale). Porcamiseria, son soddisfazioni 
La peste di casa in versione “come ti smonto lo stringhino della gonna e me ne faccio un gioco”. Non sono stata capace di sgridarla, quel laccio sulla gonna di jeans nuova l’avrei tolto anch’io, ad avere il tempo, lei mi ha solo preceduta.
E per incominciare bene la giornata due fetenti che alle sette caricavano il camioncino sotto alla mia finestra senza troppa cura nel non rompere i maroni a chi dorme e un bel camion betoniera in funzione fuori dalla porta dell’ufficio che fai fatica a sentire pure il telefono a dieci centimetri. Sgrunt.
Geometra: oh.
Spaiata: ah.
Si riduce qui la conversazione che abbiamo avuto dopo un mese senza vederci. Non siam tipi da tante parole.
La presenza di una cavalletta nel nostro salotto è diventato un vero e proprio caso. Felino, ovviamente. Mentre la Ciabattina, spossata per una giornata di caccia all’aperto pisolava beata sul letto, il Rosso, forse per dimostrare le doti di cui anche lui è dotato nonostante un evidente strato di cicciosità, apriva le ostilità. Tutta sera. Ogni tanto dalla nostra posizione orizzontale sul divano potevamo vedere Calzetta spiccare zompi sul muro, schiacciare il muso contro la finestra, incunearsi sotto il mobile tv, assumere la posizione da pantera in caccia. Tutto per una cavalletta che, sfigata, ha avuto la sventura di finire in casa nostra. Alla fine l’ha catturata per depositarla orgoglioso sul mio piede mezza tramortita, la sottoscritta l’ha fatta sparire, ma il gatto, non convinto, ha continuato a darle un’immaginaria caccia. Attività che non ci ha permesso di dormire sonni tranquilli.
Due persone normali profittando di una bella giornata di sole nell’ultima domenica d’agosto se ne andrebbero al lago, in spiaggia magari in costumino e ciabatte. Noi no. Noi decidiamo di fare un giretto nella vicina Svizzera, giusto per provare la Panda Ottimista in terra straniera e finiamo con l’attraversare tre passi – Gottardo, Furka, Sempione- , mezza Svizzera, perderci e ritrovarci al passo del diavolo e finire, totalmente impreparati, nel mezzo di un tempo da lupi con nebbia e pioggia misto neve in braghette e magliettina. Una delle domeniche meglio riuscite degli ultimi tempi, nonostante tutti gli occupanti del trenino svizzero mi abbiano vista fare pipì. Stravedo per il nostro spirito d’iniziativa che ci porta ad andare all’avventura a casaccio, certo non sempre è un’idea geniale, ma basta guardarci in faccia per riderne e ne abbiamo di motivi per farlo nel nostro girovagare svizzero.
E c’è pure la prova fotografica per i miscredenti. Che i parenti mi han sbertucciata tutta la mattina non credendoci.
Dopo avermi indebitamente chiesto la restituzione di fichi, la genitrice ha voluto pure un vasetto di marmellata di fichi commossi e lamelle di mandorle da servire – sempre alla famosa cena – con formaggi freschi. Mio padre non appena in possesso della produzione spaiata ci impiega tre nanosecondi ad intingerci dentro un indice per assaggiare la prima marmellata prodotta dalla figlia.
Babbo: uh, ma questa non l’hai fatta tu. E’ troppo buona.
E via, con un'altra ditata di marmellata.
Spaiata: cosa vorresti dire scusa? Ti ricordo che anche i ravioli alla zucca furono un successone.
Babbo: si, ma una che non sa fare nemmeno una frittata come fa a preparare questa squisitezza al primo colpo ?!!!
E trattiene il vasetto per paura che glielo requisisca.
Spaiata: non avrai più nemmeno un altro cucchiaino da me.
Babbo: no, no, ora vado a raccoglierti i fichi e me ne fai due chili.
La cucina offre un universo di piccole soddisfazioni.
Che qualcuno, per il mio bene, mi levi questa cofana di M&M con nocciola che ho acquistato in chiara SPM. Peggio delle ciliegie. Uno non ne tira un altro, ma due, tre, quattro.
L’evoluzione della ricetta.
Cedere malvolentieri alla genitrice i fichi in mio possesso che le necessitano per una cena, ma non rinunciare all’idea di passare la serata a fare marmellata. Armarsi di stivali, k-way, scala e cassetta affrontando nuovamente ortiche alte come piante ed il diluvio per procurarsi nuova materia prima. Una volta a casa abbozzare alla presenza del fidanzato come aiuto cuoco.
Spaiata: sbuccia solo i fichi con la lacrima.
Uomo: eh!???
Spaiata: si, facciamo la marmellata di fichi commossi.
Da qui il nome.
Disporli in una casseruola e aggiungere ½ chilo di zucchero per ogni chilo di polpa e una stecca di vaniglia. Cuocere a fiamma molto bassa, mescolando spesso e rischiando la cecità con uno schizzo di marmellata direttamente nell’occhio – e sulla maglia e sulle piastrelle e nelle zucchine. Fare la prova del piattino tenendo lontani i gatti che hanno scoperto una improvvisa e smodata passione per la marmellata spaiata. Eliminare la stecca di vaniglia, aggiungere 100 grammi di mandorle a lamelle e versare la marmellata nei vasi caldi precedentemente sterilizzati. Pulire il bordo con un panno umido, lasciarli raffreddare e chiuderli ermeticamente, montando la guardia all’ingresso della cucina che l’uomo, impazzito di golosità, si è armato di cucchiaino e pane minacciando di non far vedere la mattina alla mia produzione.
Scegliere i fichi maturi (quelli con la lacrima), eliminare il picciolo e la buccia, tagliarli a metà. Disporli una casseruola e aggiungere ½ chilo di zucchero per ogni chilo di polpa e una stecca di vaniglia. Cuocere a fiamma molto bassa, mescolando spesso, fino a quando, facendo cadere su un piattino inclinato una goccia di marmellata, questa si rapprenderà senza scivolare via. Eliminare la stecca di vaniglia, aggiungere 100 grammi di mandorle a lamelle e versare la marmellata nei vasi caldi (sterilizzati con acqua bollente e asciugati in forno). Pulire il bordo con un panno umido, lasciarli raffreddare e chiuderli ermeticamente.
Ecco cosa farà la Spaiata stasera.
Da quando ho ripreso il lavoro non c’è pausa pranzo in cui la sottoscritta non debba dedicarsi a qualche urgenza e, in mancanza, c’è sempre la pigna di panni da stirare a reclamare la mia attenzione. Oggi c’era la vaccinazione della Ciabattina con veterinario a domicilio che i principini pelosi non viaggiano. La gatta si è lasciata visitare, ha fusato, è rimasta in braccio a me tranquilla mentre veniva ispezionata e non ha proferito un mao alla puntura. Una roba in scioltezza come non succede col rosso che vedendolo arrivare, per non sbagliare e andare sul sicuro, si è incuneato sotto al divano mettendosi al sicuro rendendosi irreperibile. Quando sono uscita era ancora lì nel suo rifugio anti-veterinario e di uscirne non se ne parlava.
Raccolta a fantasia della genitrice che dopo cachi e prugne mi ha inviata, ad honorem, a riempire cestini, canestri e sportine di fichi. C’è da dire che ultimamente sto facendoci il callo: sono andata a giornata da Mario nel suo frutteto a raccogliere pesche, a cavare cipolle, ad occuparmi delle piantine di fragole e dei meloni. A cena non sono arrivata alla fine del tiggì, ma l’indomani ero ancora nel campo. Interrata, con un bottino di tutto rispetto, più san giovese che sangue nelle vene e smodatamente felice. Adoro arrivare a sera con le mani sporche di terra, la pelle abbrustolita dal sole e gli occhi che mi brillano. La fatica di lavorare la terra di tanto in tanto mi rende appagata, ho la convinzione che la giornata non sia andata sprecata. Sarà per questo che desidero tanto una casa con un fazzoletto di giardino. E con i fichi è stato un lavoraccio incastrare la scala per una parvenza di sicurezza, ma ne ho raccolti a carriolate, che la spaiatamobile ha faticato a contenerli tutti. Con la mia parte ci farò marmellata, torte e gran piatti di prosciutto e fichi facili facili.
Non credo vada molto d’accordo con il cugino ligure se me ne ha parlato un paio di volte in cinque anni. E mai bene. A momenti ne sa più mio padre che se lo ricorda in televisione. Comunque noi si va al suo matrimonio. Che i suoceri lo hanno incastrato a fare da autista e io, a mia volta, sono costretta a fare da spalla, che le magagne in una coppia come si deve si affrontano insieme. Inutile aggiungere che l’evento mi elettrizza come una televendita di materassi così come il pensiero di passare un altro fine settimana in compagnia della suocera. Ma sono avvantaggiata: essendo una perfetta sconosciuta ai più, nessuno si accorgerà della mia latitanza quando sgattaiolerò alla chetichella per godermi il paesino ligure anziché le tremila portate del pranzo nuziale.
Dall’arrivo della nuova Panda “ottimista” sotto casa, non ci siamo più fermati. Eravamo abituati ad avvicinarci guardinghi a quella vecchia ripetendo mantra segreti per farla accenderle, magari assestarle qualche colpo a destra e a manca per incentivarla a mettersi in moto e, se decideva che si, potevamo andare non era affatto detto che saremmo tornati. Eh si, perchè, testarda come un mulo come solo una Panda vecchio stampo sa essere, qualche volta si è impuntata e da lì non si è più mossa. Messo i sederi su quella nuova, appena fuori dal concessionario ci siam fatti cento chilometri nei dintorni, così, per provarla. Ed è stato tutto un crescendo. Due volte andata e ritorno a Cesena in quindici giorni, San Marino, su e giù per la nostra strada con i gatti di proprietà sul cruscotto che la volevano testare, il nove settembre a Genova per un matrimonio e altre due volte a Cesena il mese che viene. Si parla anche di Berlino in dicembre. Il ciddì da viaggio l’ho fatto il secondo giorno visto che passavo più tempo lì che a casa, manca solo un bell’adesivo “on tour” e siamo a posto.
Sono stata a ripetizione dalla genitrice che mi ha spiegato i fondamentali e la frittata stavolta è venuta ‘na bellezza, senza incidenti da riportare. Certo, avrei dovuto documentare con la digitale che l’uomo non ci crede visti i precedenti e lui la frittata perfetta non l’ha vista perché era a cena con i colleghi. Sostiene me la sia inventata per recuperare un minimo di reputazione e credibilità ai fornelli.
Ieri sera prove di nouvelle cuisine con tentativo di miracolo a casa spaiata. La parte miracolosa era più che altro cavarci una cena da due zucchine, due scalogni e tre uova con colpo di genio della cuoca improvvisata: frittatone. Ora, a parte il solito robot malefico che trova modi sempre nuovi per tirarmi fuori dalla grazia di dio, tutto sembrava procedere per il verso giusto. E pure che sapessi quello che facevo. La frittata prometteva bene, l’uomo stava alla larga dal mio regno così come i gatti che temono il robot (pure loro), orgogliona verso il tutto in padella e succede il patatrac: quando vado per girarla facendola saltare in aria con un certo sprezzo del pericolo, metà rimane bruciata nella padella come incollata con la colla del bisonte, l’altra metà – molliccia - decolla in direzione della mia persona. L’uomo continua a mantenere le distanze e dal salotto mi chiede cosa sto combinando. Ho avuto il coraggio di rispondergli “niente” mentre il fumo stava invadendo casa e la sottoscritta si faceva un impacco di uovo e verdure sui capelli. Tramortita nell’orgoglio e sbertucciata dal coinquilino ho dovuto ricorrere alla pizza a domicilio. Che vergogna.
Avendo una vena di autolesionismo in pausa pranzo ho stirato le quattro lavatrici di panni misto sabbia di ritorno dal mare. Chi ha gatti lo sa, sulle t-shirt nere, ma più in generale su tutti i vestiti scuri, il passaggio dei felini fulvi si nota subito. Da quando c’è la Ciabatta pure sul bianco a dirla tutta. Comunque debellare ogni singolo pelucco ormai è diventata una battaglia. Persa, ma non mi rassegno. Spazzolo, striglio, sbatto, ci do di pellicola adesiva e li tolgo pure uno ad uno se è necessario per avere una canotta scura appena appena decente. Una fatica da “classiche sette camicie” curata a vista dai gatti che appena possono si acciambellano sul primo capo scuro della pigna di panni ben piegati e spelucchiati. Meriterò di infilarmi una maglia intonsa almeno una volta non fosse per l’impegno che ci metto?!! I padroni di casa pelosi non ne sono convinti.
Il villeggiante che staziona da un mese nella casa accanto alla mia è un pirla. Un dato di fatto. Rimane il dubbio di quando si deciderà a fare ritorno alla base caricandosi in macchina insieme alla moglie logorroica e a quella pulce di cane che abbaia 24 ore su 24. Un bel mistero. Di quelli al pari dell’origine dei buchi neri, il nascondiglio del santo Graal e dov’è finito il calzino arancione da montagna. Di certo trovarsi il mio muso incazzoso sulla porta lo ha agevolato a considerare l’ipotesi di levarsi dai maroni. Tornata dalla Romagna, con ancora la valigia in mano, gli ho fatto l’Orlando furioso: in mia assenza il pirla era uso usare Calzetta a mò di volpe per il suo cane, la vicina cat-sitter mi ha telefonato disperata perché avevano avuto da dire per aver preso le difese del micio di proprietà, così mi sono sentita in dovere di spiegargli un paio di questioni fondamentali di buon vicinato senza troppa gentilezza e sottolineando il fatto che non avrei speso più una parola sull’argomento, ma sarei passata ai fatti sguinzagliandogli l'uomo che non vedeva l'ora di prenderlo a testate. Sembra abbia recepito l’antifona, ma ancora non si schioda dal civico 33.
Mi sento frullata da una betoniera ed è solo il primo giorno di lavoro. La ciliegina sulla torta: alla ragazzina di fronte per il compleanno hanno regalato un karaoke. E’ tutto il giorno che gracchia sulla colonna sonora di Dirty Dancing, più stecca, più alza il volume e ci riprova. Ancora, ancora e ancora. Se continua anche domani, le stacco il contatore generale della luce.
Funziono così. Dopo le ferie sono monotematica (e ve ne accorgerete), abbiamo ritorni in differita io e la mia testa, per un po’ la lascio là e fatico a convincerla a tornare. Mi capita di pensare “una settimana fa a quest’ora scoprivo i racchettoni” e cadere nello sconforto perché mi basta un attimo ad abituarmi a ritmi, posti e colori diversi, ma fatico di bestia a recuperare il solito tran tran. Poi un giorno il maldivacanza mi passa e sono pronta ad organizzare nuovi itinerari, vedere nuovi posti e nel frattempo il quotidiano non è poi così malaccio. Tutto il processo mi risulterebbe meno indigesto se non fossi tornata con 4 lavatrici da fare, un’abbronzatura perfetta, due quintali di pesche noci raccolte con le mie mani e un’offerta – reale, concreta, allettante – di trasferirmi lì. Un domandone da un milione di dollari perché si tratta di stabilire cosa voglio e, di mio, faccio persino fatica a scegliere il tipo di biscotti con cui fare colazione. Nel frattempo cincischio e sto in attesa. Non dell’autubus, ma d’ispirazione che sono stranita, spaventata, euforica ed al settimo cielo. In una parola: confusa.
Due o tre cose che ho scoperto in ferie:
1) per la piadina arrotolata è necessario un formaggio che la tenga insieme, ma il mio preferito rimane il crescione con le erbe e speck. Imbattibile.
2) giocare a racchettoni è meglio di una seduta di corsa, il sedere e le cosce diventano di marmo. Non solo, ho dato spettacolo diventando lo zimbello del bagno.
3) sono, letteralmente, due braccia rubate all’agricoltura: raccogliere pesche e cavare cipolle nel campo è una delle cose più divertenti ( e stancanti) che abbia mai fatto.
4) il mal di schiena che mi dà noia da quando mi sono seduta alla scrivania è indice di quanto sia poco naturale per me starmene seduta davanti al piccì (ma questo già lo sapevo).
Ci sono. Ma mi concedo ancora un caffè. Forse due che devo riprendermi dalla fine delle ferie.

La cosa più bella è godersi la spiaggia alla mattina presto. Ci arrivi in bicicletta infagottata in un golfone, aspetti che il baretto sulla spiaggia apra con i bomboloni ancora caldi e passeggi sul bagnasciuga quasi deserto. La mattina alle sette c'è poca gente. Chi per lavoro, come il bagnino che apre gli ombrelloni, l'altro che rastrella la sabbia in attesa che la ressa agostana si faccia viva. E chi per passione. La ragazza che fa yoga, i vecchietti che passeggiano con i pantaloni arrotolati, qualche pescatore, qualche mamma con la carrozina e noi, a correre. Una pacchia.
Mi sono autonominata per sostituire Giobbe nei detti che di pazienza ne ho data a secchiate in tre giorni di trasferta romagnola con la suocera. Già al primo autogrill imploravo l'uomo di lanciarmi un prosciutto con il pepe e stendermi almeno fino a Faenza. Tolta la suocera pesante come i peperoni alla sera, affinata la tecnica di evitarla quanto possibile, appurato che per i parenti riempirmi come un tacchino di cappelletti, piadine e costolette è una vocazione, le giornate di mare mi hanno fatto benissimo.
Un costumino coi peperoncini rossi. Un caffè dalla vicina senza fretta. Il Calza che se ne sta tra i gigli al fresco sapendo che può entrare quando vuole. La Ciabattina appiccicona. E l’avvicinamento sera per sera di Romeo, un gatto rosso abbandonato dai padroni, a cui vogliamo dare un tetto. Una torneo di calcetto che abbiamo vinto. Ho dovuto dimostrare la mia età con la patente al bar e comunque me ne ero aggiunto uno di anno. Qualche ora di sole con la genitrice, un altro paio con la nonna per imparare a fare gli orli e altre due in una nube di polvere per riportare il “cassone” all’originale splendore con l'uomo. Come primo giorno di ferie non è stato male. Si sta bene a fare quello che ti pare.