Ho l’umore come un lunedì di festa dopo un anno di lavoro. E, certo, è lunedì e sono in ufficio, ma l’umore è proprio quello lì. La prima cosa che ho fatto stamattina ancora prima di avere gli occhi aperti è togliere le due sveglie impostate sul telefono. La seconda, già in ufficio, è preparare il cartello per chi chiuderà una settimana dopo di me. Ci si vede, ufficialmente il 21 agosto, ma non è detto che non passi di tanto in tanto a controllare.
Statemi tutti fantasticamente bene.
Da sabato sera il paesino intorno al civico 33 è al buio, pare che l’illuminazione nuova, quella con le fotocellule per risparmiare e che ci è costata un botto sia andata, così i pochi che s’aggirano per le viuzze devono armarsi di torcia. Cosa che non ci ha affatto fermato, noi le pile (quelle da deserto) ce le siamo messe in testa con l’obbiettivo di raggiungere il circolo ed il suo fornitissimo frigorifero dei gelati. Dietro di noi, sfruttando la scia, si sono accodati il cat-sitter e famiglia, i vicini di Busto e Cerino, l’uomo che bagna l’orto dalla finestra del bagno e mi fa credere ogni volta che piove. Una volta lì non solo è partito il giro offerto a turno di “rovinato”, ma è scattato il torneo di calcetto con il vicino e suo figlio che ancora prima di scegliere il campo ci facevano sapere che per noi non c’era possibilità alcuna di vincere. Bhè, non ne hanno vinta una, neppure col cambio campo, e nemmeno imbrogliando, la mia porta è rimasta imbattuta e l’uomo segnava che era una meraviglia. Una classica serata da paese, che presa di tanto in tanto, mi diverte un mondo. Non solo, con tutte le luci spente, la stellata di sabato notte era magnifica.
Ho tagliato la chioma e non ne sono affatto contenta. Sono capitata dalla parrucchiera per caso, che hanno cambiato la segnaletica vicino a loro e non riuscivo ad uscirne e già che ero lì e loro se ne stavano col phon in mano ho pensato fosse ora di dargli un senso con un’aggiustatina. Dallo specchio mi guarda e mi fa segno “tanto così?”, approvo il tanto così che invece è diventato troppo. Poi la sciagurata, che pure mi conosce, tenta anche di asciugarmeli e mi rincorre alla cassa col phon che io non ne voglio sapere col caldo che fa. Alla fine “l’ho spuntata” io, niente piega e la solita ramanzina, si dice che faccio sudare sette camicie perché non sto mai ferma.
Tempo fa la genitrice incurante del fatto che soffro di vertigini e che fossi vestita tutta a modino mi spedì sopra una scala a fare la raccolta dei cachi in una proprietà che aveva da vendere. Uscita quasi indenne dall’esperienza sperai che la cosa non si riproponesse, ma la genitrice non è certo Paganini, lei si ripete eccome e pure con una certa frequenza. E’ la volta della raccolta di susine, prima che inizi il cantiere. Mi ha già fornito chiavi e scala a dimostrazione che non ammette repliche e tanto meno accetta no in risposta. Tsk.
Ci scrive sua signoria telefonica in merito a tutto il disturbo arrecatoci, blog inattivo compreso, e agli addebiti di un servizio non fornito avendo noi smarrito la connessione nei meandri della loro fantasiosa burocrazia a vanvera. Ci comunicano di aver senz’altro ragione, ma ci rendono, in via del tutto eccezionale, gli addebiti. Ora, i casi sono due: o basta inoltrare un reclamo a casaccio a sua signoria e, bontà loro, da fresconi ti restituiscono quello che chiedi oppure abbiamo ragione da vendere, ma di porgere sentite scuse per aver paralizzato l’ufficio per oltre un mese e mezzo non se ne parla. La sottoscritta propende per la seconda e comunque ritiene la loro letterina una gran presa per il derrière.
La notizia giunge ferale in una tranquillo venerdì in cui, raggiante, inizio a vedere la scrivania sgombra di tutto il ciarpame che mi ha impedito di muovermi comodamente nelle ultime settimane ed intravedo le ferie dopo mesi e mesi di lavoro. Notizia indigesta che, tra l’altro, è una potenziale minaccia per la sanità mentale della sottoscritta. Io non ce la posso fare. Il prossimo fine settimana noi si va in riviera per una toccata e fuga con la scusa di collaudare la nuova Panda giallo ottimismo. Coi suoceri. Il solo pensiero di sedere cinque ore cinque con mia suocera in uno spazio molto ridotto e senza via di fuga mi riduce alla canna del gas. Altro che giallo ottimismo, la panda per intonarsi al viaggio dovrebbe essere “orizzionte grigio” o al limite “verde bile”. E mica finisce qui, c’è pure il ritorno.
Stamattina al paesino dove tengo casa e famiglia quadrupede c’è un clima da “volemose bene”. In posta mentre spedivo raccomandate si chiacchierava con la Silvanona, scendendo ho incrociato l’altra Silvana, mi sono accostata per salutarla e lei, dato per scontato che in un paesino si sa tutto di tutti, mi ha raccontato le ultime sulle trasferte ospedaliere come se già ne fossi informata, al bar era tutto un passa prima tu, non c’era prima lei e un vecchietto mi ha marpionato con la scusa che il suo snoopy ciccione ha cercato di farsi la mia gamba. La festa del paese organizzata in piazza fa strani effetti sulla popolazione. Che la birra alla spina sia stata addizionata con qualcosa di euforico?
Ora come ora mi risulta difficile anche ricordare come mi chiamo.
Chi sono? cosa ci faccio qui? quando iniziano le ferie?
Finalmente ho riconquistato un sonno sereno, di quelli che nemmeno un raudo sotto al cuscino mi sveglierebbe. Ma quello che non può il vicino con la basculante cigolante del garage alzata e abbassata in piena notte o l’uomo motorizzato che accende la lambretta sotto alla finestra alle sei del mattino, possono la mia famiglia. Tutti mattinieri e coalizzati contro al bradipo di casa. Stamattina alle sei tra bipedi e quadrupedi eravamo tutti in piedi, l’unica di malavoglia e con l’umore di uno yeti malmostoso era la sottoscritta. Gatto pronto per il discovery mattutino, gatta smiagolante causa ciotola crocchini vuota, uomo munito di bende, garze e cerotti per farsi fare la medicazione prima di andare a lavorare. E la Spaiata, rassegnata, prima ha incerottato l’uomo ottenendo un vago “effetto mummia” pur di levarselo di torno, poi a tastoni è arrivata prima alla porta per chiuderla dietro al gatto rosso selvatico e alla ciotola per sedare una gatta affamata. Il tutto ad occhi rigorosamente semichiusi dal sonno. Una fortuna che l’uomo lasci sempre tutte le porte spalancate, sarebbe stata testata assicurata.
Tempo di grandi manovre a casa spaiata. La “mela”, il nostro eorico pandino 4x4, non ce la fa più, sta tirando gli ultimi. Ogni giorno ha qualcosa di nuovo che non va, nel ripostiglio abbiamo un sacchetto di pezzi Fiat caduti sul campo di cui né conosciamo la provenienza, né l’utilità visto che la Panda, anche senza, continua a fare il suo dovere seppur con sempre maggiore fatica. Diciamolo, per farle passare il collaudo bisognerebbe votarsi al santo dell’utilitaria e così, a malincuore, l’abbiamo mandata in prepensionamento dopo sedici anni, e parecchie avventure, di onorato servizio. Questo è il nostro ultimo fine settimana insieme, da lunedì una nuova Panda, giallo ottimista, prenderà il suo posto nel parcheggio sotto casa.
Non sarà facile sostituirla nei nostri cuori, ma di certo la presenza di aria condizionata, finestrini elettrici, radio e riscaldamento e luci funzionanti senza il bisogno di calcio “alla Fonzie” ben assestato dalla sottoscritta ci faciliteranno il compito.
Non avevo fatto i conti con i verbali da fare, le rate da distribuire, buste da spedire, telefonate, ecc. In pratica sono finita in un gorgo di lavoro pre ferie senza avere il tempo di rendermene conto. Chissenefrega, è l’ultimo sforzo prima del meritato riposo. I primi giorni voglio passarli così, a pisolare dove capita. Piscina, spiaggia, bivacchi, barca… un posto vale l’altro purchè, nel raggio di almeno dieci metri, non ci siano rompiballe molesti a disturbare tutti i pisolini a ripetizione che ho tutta l’intenzione di concedermi.
L'ideale sarebbe qui, una branda, qualche genere di conforto ed il nulla intorno.
Sto buttando giù il verbale di ieri sera. I punti classici hanno richiesto un quarto d’ora, l’altra mezz’ora è stata completamente assorbita dal “varie ed eventuali” dove l’argomento che l’ha fatta da padrone è stato tempi e modi (leggi danni) di festeggiare il quarto mondiale vinto. Ho sentito cose che nemmeno allo stadio, tra le tante ora sto studiando come mettere in parole scritte il divieto di festeggiare per mondiali, scudetti, medaglie olimpiche e quant’altro con una calata di braghe collettiva sulle scale e/o nell’atrio condominiale che si affaccia su una via pubblica molto trafficata mostrando chiapponi bianchi ai passanti. Al racconto, con minuzia di particolari, della vecchina del quarto piano la sottoscritta si è molto divertita, nonostante solo per facciata cercasse darsi un contegno.
Non lo sono, ma è come se lo fossi. In ferie. Fine delle assemblee a ripetizione, basta tafferugli da cortile, chiuso con bilanci consuntivi e spese. Che liberazione.
Mandare un uomo al supermercato a comprarti gli assorbenti può generare panico ed è un'esperienza che può lasciargli il segno. Per facilitargli l’individuazione del prodotto gli ho raccomandato di prendere “quelli viola, da giorno”. Telefona l’uomo in preda allo sconforto di fronte allo scaffale. Non è dato a sapere da quanto sta lì a fissarli imbambolato senza sapere che fare.
Uomo: non li trovo, sono tutti viola e non mi decido a scegliere.
Spaiata: calma, eliminati quelli verdi, gialli e di altri colori concentrati su quelli viola.
Uomo: …
Spaiata: presente la canotta che ho su oggi? Ecco, è rosa, quindi elimina quella tonalità. Il rosa più scuro è fucsia, quindi non è viola, via pure quelli.
L’uomo che inizia a vedere una luce in fondo al tunnel (della scelta dell’assorbente).
Spaiata: tra quelli viola prendi quelli senza luna o stelle che sono da notte.
Uomo: li ho, li ho.
E sono certa sia partita una hola da parte di tutte le donne presenti nel reparto.
Spaiata: una domanda, hanno le ali?
Uomo: ….
E, tornato a casa vittorioso e orgoglione di aver individuato quelli giusti tra mille, mi ha fatto giurare di risparmiarlo e non chiedergli mai più tale favore.
E una è andata. Assemblea a tempo di record. Ha giocato il fattore "fame" certo, ma anche che il bar non era agibile per cui eravamo tutti lì in piedi nel cortile.
Spaiata: problemi col bilancio?
E tutti i condomini che facevano no con la testa.
Spaiata: con l’amministratore?
E di nuovo tutti a fare no.
Spaiata: accettate il bilancio preventivo con la ripartizione delle rate?
E tutti a fare si.
Cinque minuti cinque di varie ed eventuali per chiedere lo sconto (da quell'orecchio non ci sento con tutti i grattacapi che me ne vengono durante l'anno) e l’assemblea era sciolta.
Tempo impiegato: un quarto d'ora.
Ci ho messo di più a percorrere la strada per riguadagnare la macchina.
Non mi illudo, non mi aspetto il bis in quella di stasera.
La dentista si profitta di me e sa come farlo a meraviglia. A cena prima mi fa bere a stomaco vuoto bicchieri di vinello fresco che non t’accorgi di ubriacarti fino a quando hai perso da un pezzo la tua volontà di ferro e subito dopo parte all’attacco. Un subdolo piano per strapparmi un si (certo) fin da luglio. C’è che a lei non sembra vero di portarci a casa sua, in terra tedesca, per i mercatini di Natale e dormirebbe sonni più tranquilli se avesse nel cassetto il biglietto aereo di tutti i partecipanti (noi in special modo). Pur di trascinarmi in Germania a dicembre, sabato sera ha ventilato l’ipotesi di avvantaggiarsi comprando ora i biglietti che costano meno, però, prima, mi ha fatta bere come una spugna per confondermi. Sa perfettamente che senza la mia risposta sarebbe stata volta a prender tempo che non so cosa farò dopodomani, figuriamoci tra quattro mesi, così lo stratagemma prevedeva appunto di stordirmi col bianco per ottenere da me quello che voleva. Obbiettivo centrato: quando al suo tastare il terreno ho risposto che era una grande idea ormai non ero già più in possesso delle mie facoltà decisionali. Ma tanto basta, se la conosco bene ha già dato inizio alla ricerca prima che mi rimangi (o ribeva) quanto detto.
Al momento ho tre ventilatori fissi puntati da varie angolazioni che tengono a bada la caldazza nelle mie immediate vicinanze, ma so per certo che il caldo non è diminuito. Ho due indizi, che fanno una prova. 1) se m’allontano dal loro raggio d’azione basta un piccolo movimento e mi ritrovo sudata fradicia, che comunque non è male se penso che la cosa potrebbe essere la mia salvezza per stasera. Noncurante alzerò un braccio per indicare un pluviale immaginario e, zac, stendo tutti i condomini intervenuti con l’ascella pezzata. A occhio e croce un ottimo piano B, dopo quello della fame. 2) l’uomo mi ha appena fatto sapere che il Calza è affetto da sindrome “del volatile egiziano”. A Sharm oltre una temperatura gli uccellini si aggirano a becco aperto ed il mio gatto fa lo stesso. Stranamente il vagabondo è in casa, si è tuffato nella vasca e dopo il bagno ha guadagnato l’ingresso fresco. Si è stabilito lì, con la schiena appoggiata la muro in sasso, la pelliccia umida, la ciotola a portata di zampa e la bocca aperta. Povero gattone.
Ho dato del tutto gratuitamente delle dritte sulla locazione a un mio caro amico che rilevava un cantiere nautico. Non mi aspettavo certo un compenso, ma lui ha voluto in qualche modo sdebitarsi mediante la pratica del pagamento “in natura”. Solo che stavolta mi sono risparmiata la cofana di verdura e mi è stato offerto un servizio. Ho, volendo, una barchetta a disposizione durante le ferie durante la settimana. Basta una telefonata per averla al molo munita di esperto (e prestante) marinaio lacustre che m’impedisca di arenarmi su qualche isola. Troppa roba, a me sarebbe bastato anche un canotto per essere felice.
Non c’è niente in grado di farmi deragliare l’umore come un’assemblea condominiale alla sera. Speriamo sia una cosa veloce ed indolore e poi tutti a casa per cena che anche in quella di oggi, come per quella di domani, ho puntato a prenderli per fame fissandola alle sette. Ad un certo punto, coi morsi della fame, la chiuderanno lì in fretta e furia. Una strategia che mi ha dato soddisfazioni.
Se il rosso è smodatamente guardingo ed evita ogni contatto con bipedi che non siano il cat.sitter e famiglia o noi, la gatta invece è una frescona. Lei è fin troppo socievole e basta una coccola per comprarsela. Persino la squadra di egiziani che sta demolendo a fianco le cede volentieri un bocconcino di carne perché lei se li arruffiana giorno dopo giorno. Queste sue attitudini a sbragarsi con chiunque e a non temere niente mi piacciono poco che non si può mai sapere con chi avrà a che fare. Ieri ad esempio la siesta pomeridiana l’ha fatta sul letto del vicino: loro sono entrati e lei dietro, modello pantera a caccia, si è conquistata il lettone talmente ovattata che nemmeno il loro cane si è accorto della sua presenza fino a quando non è andata a dargli noia. Tafferuglio generale fino a quando ha guadagnato la strada di casa orgogliosa di aver seminato baruffa nel quartiere. Ovviamente di starsene nel suo proprio non ne vuole sapere.
E se la ruota, finalmente, iniziasse a girare giusto quel tanto che basta per permettere alla sfiga di andare altrove?
A.A.A. cercasi traduttore dall'italiano al gattese causa gatta testarda. Qualcuno, con padronanza della lingua e con sufficiente pazienza, in grado di convincere la Ciabattina che sempre appiccicata(mi) con tutto quel pelo mi fa caldo, che possiamo benissimo farci le coccole vicendevolmente anche a distanza di almeno 30/40 cm con reciproca soddisfazione e che il secondo ripiano del frigo non è una cuccia con aria condizionata.
Nun ce la faccio chiù. Come da previsioni, anche oggi una di quelle giornatine belle pese. Roba da sopravvivenza. Arranco che c’ho la fiacca e mi arrangio come posso: peidini dietro al server che buffa aria fresca, bottigliette d’acqua gelata eventualmente anche da mettere sotto le ascelle ed il ventilatore a velocità monsone, ma che emette sinistri rumori. Ci manca solo che prenda il volo e atterri tra capo e collo mentre scrivo al computer. Almeno avrei la scusa per andare a casa prima e buttarmi nella vasca da bagno.
Per tutta la mattina nell’ex convento accanto voleranno vasche, wc, rumenta e quant’altro riescano a smontare una squadra di demolitori. Per evitare che i gatti gonzi di proprietà rischino la pelliccia o una delle sette vite, solo per oggi sono agli arresti. E non hanno gradito per nulla.
Quest'anno i saldi mi son passati sotto al naso inosservati. Per una cosa o per l'altra non mai avuto tempo e modo di mettere piede a Milano o di farmi un giro come si deve al paesone. Non disdegnando di rifarmi una volta in ferie, al momento non ci penso perchè ho troppo altro da pensare. Quindi, giuro, ero partita ansimando per la via dei negozi col solo intento di pagare un puf - debito - di mammà. Sette euro, poca roba. E invece son tornata a casa con un costume in tinta con i miei occhi che mi piace parecchio. Ancora di più dopo aver scoperto di profittare dei saldi spendendo una bazzecola.
Stavo mettendo ordine tra le fotografie scattate in montagna per fare dei ciddì, un pallino che mi è rimasto dal periodo senza connessione in cui non ho trovato niente di meglio da fare che suddividere in cartelle anni di foto prima di attaccare con l’archivio. C’ho sempre la faccia contenta nelle fotografie, anche perché quando mi gira il birlo risulto introvabile ai più e, cacchio, ho un palettone – incisivo direbbe l’amica dentista – più lungo dell’altro. E valutavo durante le ferie di farmelo limare che proprio mi dà noia ora che l'ho notato, ma ci ho rinunciato: se l’amica dentista mi ha finalmente sottomano chiude la porta a doppia mandata e mi sottopone a tutte le torture che ho svicolato sin’ora. A cominciare dal dente del giudizio che è un anno che spergiuro mi farò togliere continuando a tenermi alla larga dallo studio il più possibile.
E’ una settimana che produco a cottimo contratti d’appalto con gli annessi e connessi, tutti da far firmare prima di andarmene in ferie. A tutte le ditte convocate ho ricordato di portare il timbro e per risposta ho ricevuto una grassa risata che è chiaro che se lo ricordano. Di tutti quelli già passati dall’ufficio ce ne fosse uno timbro munito. Come se non lo avessi nemmeno detto. Tsk.
In allegato si trasmette mio piano ferie già concordato per un totale di giorni sette ancora da lavorare, già dedotti sabati e domeniche. Vogliate pertanto prenderne nota, ricordandovi sin d’ora che per qualunque scadenza, urgenza e/o informazioni d’ufficio questo studio rimarrà chiuso senza eccezioni. In caso di cazzeggio, invece, sempre pronti. A tal fine si prega di anticipare via sms che non è affatto detto io risponda al telefono. Cordiali saluti.
In pratica mi sto spianando la strada così che dall’ufficio non partano telefonate di "richiamo spaiata" per ogni cazzabubbola di routine. Che facciano pure affidamento sul geometra, mentre la sottoscritta, dopo due assemblee, due verbali, qualche riunione e sette giorni sette si darà alla macchia.
Quando ero bambina la genitrice mi spediva a letto subito dopo la puntata delle otto dei puffi. E’ indubbio che bisogna fare una cernita dei programmi che un bambino può o non può guardare e mia madre per evitare di sbagliare non mi faceva vedere niente. Dubito che lo stesso metodo sia applicabile ad un uomo fatto di quarant’anni, il mio, semplicemente levandogli il telecomando o offrendogli piacevoli alternative che lo distraggano dalla guida tv. Ma a una si deve arrivare. Fan dell’uomo ragno ogni volta che qualche emittente lo passa (l’1 o il 2 indifferentemente) noi lo si guarda e fin qui non ci sarebbe nulla di male se non la noia mortale di aver visto lo stesso film n volte. Il problema mi s'impone la notte che segue la visione: vengo svegliata, e con un certo soprassalto, da lui che si agita nel sonno perché sta sparando ragnatele sulla finestra, sulla porta, sui gatti credendosi Spiderman. E fa pure il gesto rischiando di colpirmi con una manata e stendermi. Ora, dico, secondo me non è mica normale iniziare a preoccuparsi di andare a letto e dormire con un occhio aperto che non si sa mai, casomai mi scambiasse per Octopus.
Non tutti i gatti sono tanto fortunati da trovare una famiglia perbene che si prenda cura di loro. Orbetto, un gattino completamente cieco, ma sveglio, non lo è stato e fin da subito ne ha passate di ogni. Ora che la ruota sembra girare con il salvataggio di SBT_AL_RM che lo ha raccolto per strada un bipede di buon cuore potrebbe dargli il calore che un micetto si merita. Qualcuno che si fa avanti? forza, basta poco, contattate la sottoscritta o ehvvivi@libero.it.
Il cat-sitter ha deciso di passare l’estate lavorando e ieri ha preso il suo primo stipendio con il quale è venuto a bussarmi alla porta tutto orgoglioso per portarci a prendere un gelato a spese sue. E siccome mi ha dato retta e metterà via una parte di soldi, con quello che rimane mi ha chiesto se lo accompagno a fare shopping per saldi che con sua mamma non è la stessa cosa. Sabato spese pazze dunque, con un ragazzino di quattordici anni in vena di scialacquare un piccolo capitale in magliette e con il consenso della madre che ormai si è rassegnata che il suo figliolo passa più tempo da noi che a casa sua e che ci ha adottati tutti, bipedi e quadrupedi, come sua seconda famiglia.
Lui che s’informa e si documenta sceglie il supermercato, a quel punto mi accontenterei di guidare il carrello tra le corsie, attività che trovo rilassante, ma è sempre lui lo “Sciumacher” della situazione ed il massimo concesso è infilarci l'euro. Ha un senso che sia lì perchè sono io a scegliere cosa prendere per farne cena, salvo poi profittare di ogni mia distrazione per infilarci boiate di ogni genere che a mia volta tolgo quando lui è altrove. Stavolta mi è sfuggita la nutella che "la volpe" ha mimetizzato sotto al pacchetto dei salumi ed i pistacchi nascosti sotto le peschenoci. Per fare la spesa ci è voluta un’eternità non solo per questo nostro mettere e togliere ogni volta che uno di noi due gira le spalle, ma anche perché il super in questione è frequentatissimo da miei clienti con la voglia di chiacchierare davanti al banco frigo. Però, lo ammetto, si è documentato splendidamente anche se non ha accennato alla fonte.
Effettivamente l’urgenza c’è. A pranzo ho assemblato le ultime cibarie rimaste in casa per farne un pranzo. Pomodori, capperi e corn-flakes insieme non sono poi malaccio, ma c’è sicuramente di meglio. Da qui la ferma decisione dell’uomo sulla necessità di fare una spesa come si deve, tanto per cambiare e la conseguente convocazione al supermercato appena finito in ufficio. A fare la differenza tra noi due il dettaglio. Per la sottoscritta – casalinga disperata e affannata – un super vale l’altro. Per l’uomo – massaia perfetta – è da provare quello nuovo appena ristrutturato dove i prezzi sono concorrenziali con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Mi ha dato l’appuntamento lì fuori concludendo la frase con un “sai, lì i prezzi sono molto più bassi e hanno ottimi prodotti, mi sono informato” e io mi sono sentita una donna sciagurata che procede a vanvera nell’occuparsi del mangiare.
“Io ho bisogno di tempo. Non a caso mi hanno affibbiato tre soprannomi. “non lo so”, “mò vediamo” e “poi te lo dico”. A ogni domanda che mi fanno rispondo sempre così.” L. Wertmuller.
Sottoscrivo. La domanda più gettonata da una settimana a questa parte è “cosa farai se arrivi viva alle vacanze?”. Una delle tre risposte presa a caso andrebbe comunque bene che tutto è ancora stupendamente aperto ad ogni eventualità. Di certo non basteranno tre settimane per depennare dalla lista tutto quello che mi frulla in mente.
Ho passato tutta la sacrosanta mattina nel cubicolo a tagliare, piegare e timbrare decine e decine di tavole. Un lavoro odioso, che detesto da sempre. Al momento dello smistamento per contratti non mi tornavano. Chiamo il geometra che le ha stampate e lo invito a metterci mano, lui mi guarda con aria di sufficienza e ricomincia lo smistamento. Ho passato tutta la sacrosanta mattina nel cubicolo a tagliare, piegare e timbrare decine e decine di tavole sbagliate. Da questo momento sono in sciopero, alle tavole giuste ora ci pensa lui che ho già dato.
La genitrice arriva in ufficio con una scatola di stivali familiare. Ho fatto mente locale e salta fuori che quella è la scatola di cui mi sono sbarazzata quando è finita con l’ex storico, ma che la mamma ha tenuto infilandola da qualche parte in cantina fino al trasloco. Probabilmente le creava disordine e l’ha restituita al mittente. Di lui mi rimane la paccottiglia varia che contiene, dalle rose secche del primo anniversario al bicchierino per la glappa cinese. Oltre a lettere, biglietti e fotografie. Ai tempi la mia intenzione era quella di fare tabula rasa di sei anni di storia, ora fa fin piacere frugarci dentro.
Genitrice: sei contenta no?
Spaiata: si, tutte queste cianfrusaglie mi fanno venire in mente tanti momenti.
Genitrice: ma l’anello che ti piaceva tanto?
Spaiata: quello gliel’ho fatto ingoiare con la minestra.
Genitrice: ho creato un mostro.
E ride, sa perfettamente che non sto scherzando, io.
Ho capito che non sarebbe stata una passeggiata di salute quando abbiamo scaricato zaini e scarponi dalla macchina al lago. Lo zaino “easy” dopo che l’uomo ci ha messo le mani è diventato “extra weight” e la cugina facendo la gnorri si chiedeva come mai noi avessimo due zaini più grossi della nostra persona e lei un robino piccino picciò. E comunque pur essendo equipaggiati per scalare eventualmente l’Everest, dei tre nessuno ha portato il dentifricio.
La tappa d’avvicinamento prevedeva una sosta per la notte al rifugio che nemmeno si vedeva tra le nuvole, ma arrivarci alla prima tappa. Confesso che ho sacramentato tra me e me come uno scaricatore di porto ubriaco e incazzoso durante tutto il tragitto.
Una volta in cima pausa di cinque minuti per rifiatare e l’uomo si è rimesso in moto convincendomi una volta di più che sto con un pazzo furioso: bucato ad alta quota, scelta della cuccia per la notte, sistemazione sacchi a pelo e coperte, doccia al thè e cedro gentilmente offerta dalla sottoscritta grazie ai campioncini prova, un minipanino gentilmente fornito dalla nonna, vestizione che per me significava pigiama già alle cinque, breve considerazione sull’opportunità di sopprimere il bambino noiso con cui abbiamo condiviso lo stanzone, partitella a scala in attesa della cena vista monti e stambecchi.

Ma la fatica vera doveva ancora venire. Alla mattina nella nebbia ci siamo avventurati per il sentiero che porta al Bivacco Varese, rinominato “il cassone” per quanto l’ho stramaledetto, a 2.700 metri d’altezza. Davanti l’uomo sherpa che ci ha mentito per tutta la strada su quanto effettivamente mancasse al cassone, dietro la cugina coalizzata con l’uomo e subito dopo la sottoscritta in versione fotografa smadonnante.
L’ascesa è stata tutto un perdere tempo da parte mia pur di fermarmi un attimo a riposare. Vano ogni tentativo: non ha funzionato colpire un sasso con la gamba, dissetarmi a tutti i rivoli d’acqua che mi capitavano a tiro, fermarmi per vedere la nebbia venirmi incontro ed esserne investita, l’incontro con gli ermellini, il scattare foto a vanvera, il minacciare rappresaglie spaiate una volta tornata in possesso delle mie forze.

L’obiettivo era il bivacco e là bisognava arrivare. Fosse stato neccessario, pure a quattro zampe. Certo, arrivarci è stata una soddisfazione. Sul come ci sono arrivata stenderò un velo pietoso, ma tutti ci siamo concessi una barretta, un po’ d’acqua ed un pisolino davvero strameritato.
Il ritorno, tranne una sosta al rifugio per una polenta e salsiccia divina annaffiata da vino rosso e “fildafer” per digerire è stato una discesa fatta a rotoloni con la cugina ad aprire, l’uomo dietro a pungolarla con le racchette e la sottoscritta perennemente dietro. E anche i santi hanno fatto superlavoro. L’ultimo tratto l’ho fatto scarponi in mano e ciabatte infradito che le mie estremità mi giuravano vendetta. Alla faccia del tranquillo fine settimana di riposo sono arrivata alla macchina terminata, tanto che quando l’uomo mi ha chiesto se in serata si facevano due passi mi sono sentita autorizzata a mandarlo a quel paese. Vivo da cinque anni con un pazzo furibondo e anche in famiglia non stanno messi meglio e quello che è davvero preoccupante è che i due si sono coalizzati, col chiaro intento di finirmi, per ripetere la gita su un'altra vetta. Ahimè.

E mentre i bipedi scalavano le vette, anche la Ciabattina a modo suo si dava da fare scalando il tetto del vicino. E da lì, plateatico dei gatti di proprietà, godendosi il fresco teneva d’occhio il quartiere come una perfetta micia da guardia.

Nella foto: uomo sherpa fa da apripista, la cugina lo segue, subito dietro, smadonnante, la fotografa ufficiale.
Due giorni di relax in montagna? Parliamone. E’ vero, nessun telefono squillava e l’unico fisso al rifugio non funzionava per la nebbia e ho fatto un pisolino come non ricordavo da tempo a 2.700 metri, ma lo zaino essenziale dopo che ci ha messo mano l’uomo è diventato un extra weight e se ci penso, mi sembra di non aver fatto che camminare. Le gambe di legno stamattina confermano, ma è stato bello, molto molto bello. Ed in buona compagnia.
Per me è già “fine settimana”. No, dico, ho la scrivania sgombra e proprio non mi par vero. Sono pure appagata perché il mio dovere, a dispetto della caldana e dello scazzo, l’ho dannatamente fatto e mi aspettano due giorni a telefono spento appollaiata sulla vetta. E diciamolo, mi sento pure la regina dell’essenziale da quando ho fatto lo zaino davvero ridotto ai minimi termini. Sono stata costretta, a fare l’onesta, perché sarà la mia zavorra per quarant’otto ore per cui più è leggero, meno smadonnerò arrancando per sentieri. Comunque brava e ho tutto il necessaire, dalle calze di ricambio allo spazzolino passando per una tavoletta di cioccolata fondente. Ora mi è chiara anche la funzione dei campioncini monodose di bagnoschiuma e shampoo che occupano metà del cassetto in bagno: nello zaino pesano niente e ingombrano ancora meno, ma mi permettono di farmi una doccia energizzante alla cannella a oltre duemila metri d'altezza. Tiè.
Io e il mio ex siamo in piena fase di riciclo, finita la storia da mò, possiamo essere amici che non è malaccio anche perchè sono ben lieta che sia un ex. Gli ho affittato una casa tempo fa e da allora qualche aperitivo ce lo beviamo e la sottoscritta riesce pure a berlo senza mandarlo a quel paese ogni volta che dice una stupidata. Oggi suona il telefono, riconosco il suo numero.
Spaiata: dimmi.
Ex: tutte le volte mi dici "dimmi" come se io volessi sempre qualcosa.
Spaiata: non è così?
Seguono amenità varie per dimostrarmi che sbaglio.
Ex: comunque cerco casa al paesone.
Spaiata: ah, ecco. Scusa dal luogo A ti sei spostato al B. Ora dal B a quello A. Prendere una decisione e mantenerla per almeno un paio di mesi no?.
Seguono giustificazioni banali e confuse.
Spaiata: si, si vabbè. Avevi una storia, hai tentato l’avvicinamento e ti è andata male.
Il silenzio conferma la teoria, si sa, chi tace acconsente. Lui dice di seguire la Tamaro e andare dove lo porta il cuore. Sarà, ma secondo me segue tutt’altro, sempre detto io che ragiona col pisello. Da come gli dice, ci si costruisce la sua bella storia a tavolino che inevitabilmente si scontra con la realtà e mi si trasforma in un uomo in fuga. Tutto già visto, tutto materiale ulteriore per pungolarlo un pò. E via, una fatturina ogni tanto per il lavoro svolto non la si nega a nessuno, specialmente a lui che mi garantisce sempre un giro per saldi.
Poi uno non si deve incazzare.
Segretaria commercialista: ciao, facevo un giro di chiamate. Devi aprire con urgenza – subito - un secondo conto per separare le operazioni personali da quelle professionali.
Spaiata: se devo. Chiedi al dottore se quello esistente con la domiciliazione di bollette e mutuo può essere quello professionale.
S. C.: ti richiamo.
Dopo due giorni in cui, pirlona, ho incominciato ad andar per banche ad informarmi.
S.C.: ciao, non devi aprire un secondo conto che tanto non rientri nella categoria obbligata a farlo. Ah, poi portami le bollette che puoi scaricarle al 50%.
Spaiata: scusa, la storia delle bollette te l’ho chiesta il giorno dopo l’atto – 2 anni fa - e mi avete detto “assolutamente no”. Cosa è cambiato?
S.C.: che me l’hai richiesto.
Seguono termini e vocaboli non ripetibili in questa sede. Sto meditando una calata furibonda allo studio per contrattare una riduzione - sensibile - della parcella che mi arriverà ad agosto. Se devo avere una contabilità creativa allora mica lo pago un professionista, faccio da me.
Sono andata nel pallone. In parte lo devo al periodo di bilanci, in parte al lungo mese di mondiale. Si, perché il mondiale alla fine ti tira dentro volente o nolente. Incominci la tournè tra vicini, amici e parenti per guardare la nazionale trascinandoti appresso la scorta di birra che mai si esaurisce perché si capisce che ti sei lasciata prendere la mano con gli acquisti pre-partita. Pian piano si è fatta largo anche la pazza idea che gli azzurri potessero arrivare in finale e hai appeso fuori dal balcone, orgogliona, una bandiera formato lenzuolo che non osi ancora ammainare. Sei pure vestita “ a tono” che con questo caldo la maglietta presudata è come se la indossassi anche tu ad oltranza. Alla fine al mondiale ti ci abitui, sei così assuefatta che non smaroni nemmeno più quando una sera si e l’altra pure, l’uomo ha da guardare una partita che proprio non può non vedere e la cosa va avanti da trenta – dico trenta – giorni. Dribbli pure ciotole di patatine appoggiate per terra, birre sparpagliate in sala e ospiti che t’invadono casa senza uno smadonno e con un certo stile, tu che di sferico alla fine del mondiale pensavi di ritrovarti le palle. E quando tutto questo finisce? Grandi festeggiamenti che l’idea dell’Italia vittoriosa non era poi così fuori di testa e ti senti fin abbandonata da Cannavaro e soci che ormai li vedevi ognisantissimogiorno cenando. Così orfana del mondiale e complice una programmazione estiva pietosa, ti rivedi – di nuovo, ma in tutta serenità - la finale commentata da Caressa, pure se i rigori li guardi ancora da dietro un gatto perché ti emozionano troppo nonostante tu sappia già com’è andata a finire. Almeno la Gazzetta dello Sport ho smesso di comprarla.
Due bilanci in due giorni. Con tutti gli annessi e connessi. Brava ragazza. Posso dirmi fiera, nonostante il grado di “spaiatezza” raggiunta a furia di far di conto. Superato lo scoglio di due assemblee serali una via l’altra potrò dirmi in ferie.
La zia mi ha regalato un paio di infradito carinissime e che, tra l’altro, non devono costare proprio due euro visto la marca. Hanno un unico difetto, sono pericolose e questo bisognerebbe riportarlo sulla confezione che uno non se l’aspetta. Non tengono il passo, in pratica se sto ferma fanno la loro porca figura, ma se mi muovo rischio l’osso del collo ogni volta perché il piede da tutte le parti va tranne rimanere sulla ciabattina. La prima avvisaglia l’ho avuta appena fuori dalla porta sul lastrico disconnesso ritrovandomi la ciabattina da una parte, il piede dall’altro e il sedere a terra, ma mi sono incaponita di testarle comunque. In mattinata sono stata costretta a salire le scale a piedi scalzi lasciandole al primo gradino e le commissioni le ho programmate per oggi pomeriggio dopo che ho messo il piede in un paio di infradito collaudate che quelle della zia proprio non l'hanno passato.
Il mistero della Mimma (alias Ciabattina) scomparsa. Tornando a casa ieri sera saluto il Rosso che mi aspetta in cima alle scale e cerco la Ciabattina per un grattino di bentrovata. Lei sta sul vecchio forno del vicino e miagola col dubbio di non riuscire a ritornare a casa dalla stessa via, che forse lanciarsi dalla finestra del bagno sul tettuccio più in basso non è stata un’idea felina geniale. Il tempo di infilarmi le scarpe e scomodare il vicino più prossimo per recuperare una scala che lei ha trovato il modo di rientrare in bagno. Mi prende per il sedere questa gatta e lo fa di proposito secondo me. Stamattina l’ho cercata in ogni angolo, cantuccio, cesta, armadio, ma di lei nemmeno un ciuffo di peli. Ho il sospetto che ora consideri la finestra del bagno come un grande passagatto dal quale entrare e uscire a piacimento nelle ore notturne in cui non siamo a disposizione. Ma in pausa mi sente la gatta, oh, se mi sente. Non mi si lascia così in apprensione.
M’inbufalisco ancora al pensiero del mese e mezzo passato in attesa che sua signoria Telecom ci restituisse l’accesso a internet e del traffico di suoi dipendenti spaesati nel nostro ufficio. Mi auguravo di non averci a che fare per molto tempo perchè quella faccenda lì mica l’ho ancora digerita che ecco spuntarne un altro dalla porta dell’ufficio. Stavolta è la linea fax e lui, come chi lo ha preceduto, mi dà l’idea di essere spaesato. Infatti la linea continua ad essere muta e lui ha detto che andava a prendere una cosa in macchina e si è dato alla macchia. Prevedo un’altra incazzatura di quelle memorabili.
Pausa pranzo. Per me, ma anche per i gatti. Li richiamo al domicilio con le solite modalità: il primo fischio li mette sull’attenti, al secondo si mettono in moto e col terzo sono davanti all’ingresso pronti a banchettare con riso, tonno e surimi. Faccio il primo fischio.
Vicina: oh, la ragazza dei gatti.
Figlio vicina: chi?
Vicina: sai, lei fischia ed i suoi gatti ubbidiscono arrivando a zampe levate come cagnini.
Figlio vicina: seee ed io sono ammaestratore di pulci.
Vicina: aspetta e vedrai, al terzo fischio sono in cima alla scala ad ingraziarsela per il pranzo.
Secondo fischio, terzo fischio con comparsa dei gatti di proprietà ai miei piedi ed il vicino figlio è ancora lì incredulo.
Esci e ti fai gran chilometri a piedi per commissioni. L’asfalto è così rovente che da un momento all’altro ti si scollano le suole delle ciabbattine. In ufficio non va meglio visto che l’asfalto rovente di cui sopra ti sta ad un metro dalla finestra ed il sole ci batte per tutto il pomeriggio. Io che da piccola volevo tanto il dolceforno ora ci lavoro dentro, ma non è così bello come pensavo. Con una giornata di fuoco, anche lavorativamente parlando, come quella di ieri alle sette hai giusto la forza di arrancare verso la doccia. Ti spogli, getti i vestiti appiccicosi a terra, stendi il tappetino, prepari l’asciugamano e godi finalmente del momento che aspettavi da almeno quattro: apri il rubinetto della doccia. Scopri, però, che l’acquedotto ha incominciato a razionare l’acqua e distribuirla solo a certe ore e di avere uno scroscio anche piccolo d’acqua alle sette e mezza non se ne parla. Dalla disperazione consideri di lavarti col gatorade, ma non quaglia e ti consoli solo parzialmente piazzandoti sul balcone stramaledicendo i maledetti con le peggio parole che ti vengono in mente.
Scrivania (quasi) sgombra. Telefono (finalmente) muto. Pratiche che (vivaddio) si possono rimandare anche a domani. Un’ora sola (che però non passa mai) per chiudermi la porta dell’ufficio alle spalle. Sono viva, forse un po’ confusa, ma viva dopo questa giornata davvero piena.
Sabato e domenica li si passa qui, in cerca di refrigerio che altrimenti mi squaglio e anche perchè lì il telefono non prende. In attesa del fresco da fine settimana, stamattina, sopraffatta dalle urgenze, ho avuto un’illuminazione improvvisa: mancano un bilancio, due assemblee e poco più di due settimane alle ferie, data di cui, per altro, mi ero dimenticata. Ricordandolo, già va molto meglio.
Aiuto, sono stata travolta da una mole di lavoro modello tir. Mica lo so se arrivo sana di mente alla fine della giornata.
Giusto venerdì ho avuto lo sciagurato istinto di mettere in parole il mio pensiero sull’andamento della settimana. Considerando quello che è successo lunedì con tutto quel che ne consegue credevo sinceramente che non potesse andar peggio, mi illudevo di "aver dato", di aver avuto una dose massiccia di grattacapi e dolore in quantità da poter affermare che quella appena trascorsa è stata la mia “settimana horribilis”. Sabato mattina sono stata smentita e domenica mattina pure, grattacapi non ne avevo avuto a basta e solo oggi sono riuscita a sbrogliarmeli di dosso in qualche modo, non dubitando che avranno comunque delle conseguenze. Il mio cielo è ancora un sabot e una ciabatta e non vedo sprazzi di serenità all’orizzonte, come diceva il nonno, mi turerò il naso in attesa di tempi migliori che mamma mi ha fatta ottimista.
Dieci regole d'oro (e del tutto personali) per raggiungere il quinto anno di convivenza insieme ad una Spaiata rompiballe e sopravviverne.
1. non trasformarsi nel maggior produttore mondiale di calzini spaiati, in altre parole se c’è un cesto per la biancheria sporca i calzini depositarli lì entrambi e non abbandonarli dove capita. E vale anche per mutande e compagnia bella.
2. guardarsi indietro quando si esce dalla doccia e lasciarla come la si è trovata. La stessa attenzione pretendono anche gli altri sanitari del bagno.
3. la lavatrice deve essere appannaggio solo di chi la sa usare con metodo scientifico, gli altri si astengano.
4. niente fa virare la giornata verso il nero come trovare il barattolo del caffè vuoto. 5. assaggiare gli esperimenti nel campo della cucina creativa dell’altro è sempre cosa gradita. Pure se non si presenta bene, ci vuole coraggio.
5. il silenzio la mattina è d'oro se non mi si vuole trovare a sera furibonda.
6. armarsi di telecomando universale da usare con parsimonia evita la supremazia dell’uno sull’altro.
7. spartirsi l’unico divano trovando una posizione sufficientemente comoda adatta a contenere tutta la famiglia è sinonimo di serata pacifica.
8. anche avere armadi separati e ben distinti può evitare litigate selvagge sugli spazi da rispettare.
9. nelle calde serate d’estate spegnere i telefoni di tanto in tanto, e magari anche televisione e computer e starsene a chiacchierare sul balcone.
10. augurarsi sempre buona notte dopo essersi assicurati che ognuno abbia un pezzo di piumone a scaldarlo.
Ce lo siamo presudato questo gran finale guardando la partita sul divano con alle spalle cinque tedeschi modello poiana, tifosi double face che giuravano di tifare Italia, ma che, scommetto, rosicavano un bel po’. E poi, finalmente, brindisi gentilmente offerti dai bundesfriends (e già che c'eravamo abbiamo pure festeggiato il nostro anniversario).
*
Spaiata: dai Giuly, andiamo a vedere che consegnano la coppa.
Giuly (3 anni): si mangia col pane?
stranezze del micione rosso comprese 

Anni e anni di suggerimenti nemmeno troppo velati sulle riviste femminili, battute da parte delle donne e perfino citazioni del fenomeno nei film mi fanno pensare che l’uomo abbia finalmente capito che non c’è niente di peggio del pedalino bianco per indurre una donna alla fuga. Convinta, a maggior ragione, che agiscano di conseguenza eliminandone ogni traccia dai cassetti. Invece mi son dovuta ricredere, constatando che alcuni sono più duri di comprendoneo di altri e che a dispetto della brutta fama appiccicata al pedalino bianco non lo rifuggano come pensavo. Prendiamo il geometra, un esempio non troppo a caso. Lui il problema nemmeno se lo pone. Per farmi vedere un taglio che si è fatto in cantiere alza il pantalone e mi mostra anche un calzino bianco con totale indifferenza. Orrore, effettivamente il trinomio calzetta di spugna, mocassino e gamba pelosa risulta inguardabile. Eppure lui è ancora convinto che le donne non la notino neppure la calzetta alla Michael Jackson. Io invece mi aspetto una piroetta da un momento all'altro.
Tutti si ha delle antipatie. La prima della lista è un ex amica con la quale non uscirei di nuovo nemmeno sotto mandato di comparizione e non è per il tradimento in sé o il rosario di bugie che mi ha dato a bere per nasconderlo, ma perché lo ha fatto quando ero più vulnerabile. Mi è crollato il mondo addosso, lì per lì, ho reagito d’applauso e da quel momento in poi è stato come se non fosse mai esistita perché se mi tradisci io ti cancello e di te non me ne curo più. L’amica Bibi a pranzo da me ha nominato l’innominabile dopo otto anni chiedendosi che fine avesse fatto e la sottoscritta ha fatto spallucce perché fondamentalmente non m’importava saperlo. Manco farlo apposta l’innominabile ha comprato casa dietro la mia e ieri sera mi ha aspettata in cima alla salita e io che non ci vedo da qui a lì ho realizzato chi fosse solo quando la fuga per evitare un invito a bere il caffè non era più possibile. L'idea di accettare nemmeno mi sfiora. Non c’è che dire, il periodo non è dei migliori.
Fratelli d’Italia, andiamo a Berlino. Con soddisfazione perché a girare come spaghetti alla fine sono i maroni dei tedeschi. Il prepartita già si ipotizzava “caldo”: cena amichevole a base di pizza, crauti e wurstel tra noi italiani e loro tedeschi arrivati a dare man forte alla dentista per l’occasione, scommesse pazze per cui erano già pronte le tinte delle due squadre, bandieroni rigorosamente nei bagagliai per non tirarsi sfiga. Gli eventi hanno voluto che la guardassi altrove, con la mia famiglia mentre si metteva insieme una cena improvvisata dopo una giornata piuttosto dura. Al posto dell’uomo smadonnante e la "bundesfamily", la genitrice sfegatata, la nonna davanti alla televisione ad ogni azione interessante, gli zii e la cugina che si è fatta prendere anche lei, ma niente mutande dell’Italia (made in China) beneauguranti durante il primo tempo. Al secondo tempo, una volta a casa, ho ristabilito l’ordine delle circostanze “che portano bene”, slippini compresi. Peccato la guardassimo su Sky e le due pappine di Grosso e Del Piero sul filo di lana siano state viste due secondi prima a casa dei vicini anticipandoci, di poco, la festa.
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p.s. si registrano incidenti diplomatici tra la dentista tedesca e lo sposo italiano.
Ci sono attimi della giornata di ieri che non dimenticherò facilmente. E non tutti necessariamente dolorosi, specie quelli che riguardano il nuovo assetto della mia famigliona allargata. Cose dell'altro mondo. Come il genitore biologico che spunta dalla porta e mentre dribblo i parenti per andargli incontro lui è già di fronte all’altro papà. Non si vedono da quando sono diventata maggiorenne e non si sono mica riconosciuti al primo colpo. Ho seguito le presentazioni dei due papà allibita e mi è venuto da ridere, anche loro poi rendendosene conto ne hanno riso, così l’uomo che, dalla sua postazione discreta sul balcone ha seguito l’evolversi della faccenda. O come mia madre e mio padre che s'abbracciano dopo anni con la genitrice che lo prende per il bavero reggendosi in punta di piedi per arrivare a schioccargli due baci sulla guancia. Non so neppure quando li ho visti per l’ultima volta entrambi nella stessa stanza e mi fa strano perché proprio non me li ricordavo più insieme.
Non ho fatto mai i conti con la perdita di una persona cara, o meglio li ho fatti, ma di sbiess, a cose avvenute. Stavolta è diverso, io ero lì, impotente. Come lo era mia zia e la nonna. La cosa più difficile che abbia mai fatto è dirlo a mia madre a una distanza che per me è sembrata l’altra parte del mondo e sentirla piangere disperata e prendere in consegna tutti i doveri e non poterla abbracciare, stringermela forte per farle coraggio e farmi forza un po’ anch’io col dottore seduto al tavolo del salotto e l’impresa di là, con una serie di telefonate da fare senza la minima voglia di farle, con decisioni pratiche da prendere ma senza la lucidità necessaria, con parenti che conosci a malapena che iniziano a sfilare in casa col solito bagaglio di banalità e tu vorresti solo che si sciacquassero dai maroni. Ad un certo punto ti parte il pilota automatico e speri che la tua mamma arrivi presto, ma nel frattempo fai quel che devi. Ho scelto una foto che gli ho scattato per i novant’anni, con quella sua tipica espressione da bricconcello soddisfatto che bastava guardarlo per capire che ne aveva combinata una delle sue alle spalle della nonna generalessa. La stessa che aveva quando il dottore, la zia ed io lo abbiamo messo nel letto e gli ho fatto ciao con la mano perché non mi usciva una parola con quel nodo lì alla gola.
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Ragazzi grazie di cuore per gli sms, le mail ed i commenti sotto.
Ciao nonno. Ti voglio bene.

Sono curiosa. E’ un dato certo. Ma ne conosco un altro paio di donne che hanno inserito per gioco il nome di un vecchio fidanzato o un filarino in google con l’unico scopo di sapere il soggetto come s’è fatto. E magari sperando che il tizio in cima alla lista degli ex bastardi avesse una chierica sulla nuca o qualche chilo in più. Con i miei non ho avuto alcuna soddisfazione, spariti nel nulla, tranne l’ex storico che ci pensa da solo a mandarmi testimonianze di come sta invecchiando male. Poi una svolta. Nella domenica appena trascorsa sul divano modello moribonda ho letto tanto non potendo muovermi se non come una vecchina di cent’anni almeno e avendo l’autorità di un budino per quanto concerne il telecomando. Finito il libro sul comodino, sono passata a spulciare gli articoli trascurati delle riviste abbandonate nel cesto. E lì, spunta la faccia abbronazata di un mascalzone di mia conoscenza. Mascalzone non inteso come ragazzaccio, ma di membro del team di Mascalzone Latino. Ne è passato di tempo da quando “facevamo vela” al college per andare in giro per Dublino noi due soli, bhè il pallino della vela gli è rimasto e i suoi sogni non sono rimasti solo sulla carta (smemo), sono contenta per lui, tanto.
Una nutrita scorta di birra e gazzosa per farci pannache l’abbiamo in dispensa dal primo giorno del monidale, bastava metterla in fresco.
Pizze, ordinate dall’ufficio con consegna a domicilio già alle sei.
Mutande dell’Italia che portano bene infilate subito dopo la doccia.
Nove meno dieci si spengono i telefoni.
Alle nove prendiamo posto sul divano per guardarci in santa pace la partita.
Alla prima rete siamo tutti noi vicini sui balconi ad esultare.
Alla metà del primo tempo mi arriva una botta di cervicale come mai prima, roba da battere la testa contro il muro.
Tengo duro, prendo un antidolorifico, non mi perdo nemmeno un goal, ma nemmeno un giretto al pronto soccorso subito dopo.
Col bandierone che sventola fuori dalla ka però.
Il resto è stato un fine settimana di divano, medicine, movimenti pensati e riviste, insomma una schifezza.