In risposta alla Vì. La gattolotta continua.
Beccati questa.
E questa di gruppo.
(la micia certe cose non le fa)
Entra la signora Giulia, arzilla vecchietta che conosce mio padre da quando era un bimbetto paffuto e ricciolone. La signora Giulia, non senza qualche difficoltà, ha recepito - a modo suo - la “formazione” della nostra famiglia degna di Beautiful ovvero che mio padre, che in realtà non lo è sulla carta, si è risposato con mia madre la quale ha una figlia, la sottoscritta, che lo chiama papà con occhi adoranti a dispetto di quello che dice il certificato di nascita. La mamma di mio padre (che sarebbe una nonnanonnonna) con sacrosanta pazienza gliel’avrà spiegato un centinaio di volte, tanto che alla fine la situazione alla signora Giulia è apparsa finalmente chiara o almeno così va dicendo. Ma solo in teoria perché in pratica entra ancora in confusione creando siparietti strepitosi in ufficio. Oggi mi ha confessato di essere stata scettica quando mio padre mi ha sposata quindici anni fa, decisamente troppo giovane per lui e poi, perdio, appena ventenne ho già una figlia di trenta. A dubbi accantonati si dice comunque felice per noi e la bambina (sempre io). E' chiaro che ancora non ci siamo, qualcosa l’ha capito, ma in evidente ordine sparso. E mi fa una tale tenerezza che non sono stata capace di smentirla rischiando di metterla in imbarazzo e mi sono spacciata per la genitrice che tanto non se la prenderà di certo visto che le sono stati tolti parecchi anni dall'età anagrafica.
Me ne stavo lì, spaparanzata nel costumino più ridotto che ho a prendere il sole. Sento un ciao, sembra venire dall’alto. Nel dubbio mi alzo il giusto – e poco convinta- per controllare che di sotto non ci sia il mittente del saluto. Strada deserta. Eppure sono quasi certa di averlo sentito o forse sono allucinazioni da fame? Butto nel microonde un sofficino e mi rispalmo beata. Ciao di nuovo. Stavolta mi affaccio per bene ricontrollo sotto e poi guardo al piano di sopra, che d’accordo che il vicino sta facendo dei lavori e ci separano solo delle cannette ed il mio soffitto in legno antico, ma pare di avercelo in casa. E, cacchio, ce l’ho in casa. Vedo una mano che mi saluta da sopra la caldaia. Prima trovo giusto farmi venire un infarto, quando mi riprendo la mano mi chiede anche scusa, per due secondi mi passa per la testa di mangiarmi il sofficino e vedere se l’allucinazione sparisce, mi ci vogliono altri due secondi per abbandonare l’idea ed infilare la testa al piano di sopra. Mi ritrovo col sedere a casa mia e la testa a casa di qualcun altro e siccome la capoccia sta dalla parte giusta trovo sacrosanto il diritto di snocciolare madonne in ordine alfabetico in faccia al vicino – carinissimo – mortificato, il quale giura e spergiura che entro sera non ci sarà più traccia della voragine che mette in collegamento i nostri appartamenti. Prima o poi riuscirò a cavarci anche il lato comico in tutta questa faccenda. Facciamo poi.
I miei sono in Grecia. Dopo quattro giorni finalmente si fanno sentire.
Genitore: ciao tesoro, noi tutto bene, tua mamma è al mare. 2 cose. Com’è andato il referendum e quando gioca l’Italia?
Ottenute le risposte, arrivederci e grazie. Non una domanda sul lavoro, niente accenni a clienti e cantieri, nemmeno il minimo desiderio di sapere se ci sono novità o se l’ufficio è andato a ramengo in loro assenza. Mi vien da pensare che si fidano e che sono convinti che stia mandando avanti la “baracca” egregiamente. In compenso, la sottoscritta che si sta facendo un mazzo tanto coi bilanci, gli sta preparando una mole di lavoro extra ad attenderli al loro ritorno, giusto per rimetterci in pari.
I miei gatti crescono. E se la piccola alla sera non accenna a voler uscire, ma preferisce la sua cestina vicino alla finestra, il grande (e rosso) ad avere il coprifuoco non ci sta e cerca di prenderti per sfinimento miagolandoti intorno finchè non cedi e gli permetti di farsi un giretto. Così ieri sera, micia in braccio a prendersi le razione di coccole ed il Calza inviperito per la clausura smiagolante tra cucina e balcone. Poi silenzio. Ho pensato avesse rinunciato per guadagnare il davanzale del bagno, invece il gatto non aveva ceduto di un passo, anzi, ha trovato il modo di aprirsi la porta e si è dato alla fuga prendendoci tutti per il naso. Non abbiamo più nemmeno quel briciolo di autorità per imporre un orario di rientro.
Ho cancellato (o meglio tentato) col dito. Nella pausa ho sorseggiato il caffè senza che questo fosse nella tazzina non avendolo fatto. Ho smadonnato per cinque minuti perché al telefono non rispondeva nessuno ed invece era il fax a squillare. Ho cominciato a contare sulle dita. Si, è iniziato il periodo di bilanci.
Sto aspettando al varco, modello vedetta spaiata ansiosa con aria piuttosto truce, il deficiente che ha parcheggiato sul nostro posto auto privato occupandone due in un solo colpo. Mancava all'appello giusto una zuffa da cortile.
Legge di Murphy applicata all'amministratore di condominio. Un antenna condominiale sempre funzionante e che il suo lavoro lo ha sempre fatto egregiamente quando poteva iniziare a dare problemi? A un giorno dalla partita dell’Italia, of course. Ho i condomini in agitazione, il telefono rovente e la ditta installatrice in ferie.

Cerco casa. Ahahahahah.
In una conversazione di qualche giorno fa:
Spaiata: mio padre progetta case e ristruttura edifici storici, mia madre le vende ed io le amministro.
Vì: e il tuo moroso che fa, le costruisce?
Spaiata: ehm, veramente si.
E' ridicolo. Ho a disposizione un dispiegamento di mezzi da far invidia e non riesco a trovare una casa che abbia almeno le 4 condizioni insindacabilmente necessarie: 1. non in condominio che fuori dal lavoro non voglio averci a che fare. 2. con giardino, anche un fazzoletto. 3. che piaccia ad entrambi. 4. che sia in vendita.
Tsk.
Mi rilasso facendo cose inutili. I cuori imbottiti lo erano. Anche ritagliare dai giornali articoli che m’interessano, ma che verranno inevitabilmente dimenticati nell’apposita cartelletta oppure ricette che non sperimenterò mai perché mica scelgo cose facili io, no, mi butto su pietanze elaborate e complicatissime che risulterebbero difficili anche a una cuoca esperta (che di certo non sono io). Nonostante tutto ritaglio, con molto gusto anche. Ci passo le serate e appena mi siedo sul divano con forbici e giornali, si materializza il micio rosso a darmi una mano rosicchiando i preziosi articoli prima per poi addormentarcisi beato lasciando a me la raccolta di tutta la carta sparpagliata causa raptus felino.
La gatta no, lei arriva quando mi faccio la manicure, trova fantastico giocare con la limetta mentre la sto usando rendendomi difficile l’operazione.
La cosa che ripeto più spesso ai miei gatti è "questa casa non è un albergo" che stando a loro bisognerebbe esser sempre a disposizione. La novità è che ultimamente vige la prassi del "porte aperte a casa spaiata" che è diventata un tale porto di mare che ormai non mi prendo nemmeno più la briga di chiudere la porta. Anzi, la lascio spalancata, che entrassero senza suonare evitandomi di scendere tutte le volte. I gatti stanno in bellezza, la possibilità di poter entrare ed uscire senza dipendere da noi l’hanno accolta con entusiasmo, ai loro occhi siamo diventati un hotel “tante stelle” felino, all inclusive.
Chi legge entrambe sa bene che tra la sottoscritta e la Vì è in corso da tempo una battaglia a colpi felini. Di fatto siamo due sciroccate. Lei posta i suoi tre gatti, io replico col rosso che è il suo pallino, lei ribatte aprendo un account flickr dedicato nottetempo. Tocca a me, ma a causa del lavoro non riesco a mettere insieme la risposta adeguata così come l'ho concepita. Il Calza mi viene in soccorso prestandosi a controbattere in mia vece per permettermi di avere più tempo. Vì, ecco la nostra risposta (provvisoria).
Del Calzetta hanno buttato via lo stampo, come lui non ce n’è.
Calzetta interpreta “like no one”.
Trucco e parrucco: Spaiata.
Fotografia: Uomo.
Per alcuni sono una causa persa. Per l’uomo un caso umano, seppur in senso buono. In ritardo per la cena con amici, ieri sera stavamo attraversando il paese vicino trafelati, quando mi pianto in mezzo alla strada col naso in sù.
Uomo: daiiiiii, siamo poco elegantemente in ritardo di quella tua - esolotua -mezz’ora d’ordinanza.
Spaiata: …
Uomo: allora? E mi tira per un braccio.
Spaiata: ma hai visto quante bandiere italiane. Ovunque. Sui balconi, tra un palo e l’altro, su ogni porta. Alla faccia di calciopoli, qui lo sentono davvero il mondiale. Sai che ti dico? la prossima partita veniamo al circolo di questo paese a guardarla.
Uomo che si sbellica dal ridere: guarda che tutto questo è per gli alpini.
Spaiata: seee.
E da dietro la curva spuntano una ventina di alpini d’annata che portano bottiglioni e salsicce in piazza.
Uomo: c’è la festa oggi, non lo sapevi? Stiamo andando lì.
E un lieve sfottò mi ha perseguitata tutta la serata, non si è parlato d'altro (nemmeno del rigorino).
Ah, una bellezza, sono alla finestra a godermi lo scenario sul lago ed il profumo di asfalto ed erba appena tagliata durante la pioggia. Finalmente un temporale come si deve che rinfreschi l’aria ed i pensieri. E siccome sono di buon umore farò finta di non sapere che ho steso le lenzuola (un classico), che i gatti sono fuori, che ho indosso un paio di ciabattine rasoterra che non sono certo il massimo quando diluvia e che il fratello del cat.sitter, a un anno dall’acquisto, solo ieri ha iniziato a rifare il tetto sopra la mia testa, il che rende probabile che al mio ritorno trovi una piscina al posto del salotto. Rimango ottimista, anche se non escludo affatto di sacramentare almeno un pò prima che la giornata finisca (orario probabile intorno alle sette e mezza).
Mi guardo intorno e vedo un sacco di ottimismo in giro. Tipo che stanno iniziando le ferie e che c’è il sole, ma non quel caldo vile di due/tre giorni fa, che si va in giro senza calze e che ci sono un sacco di fiori e che pure il cat-sitter è stato promosso. In lettura spaiata trovare parcheggio riesce più facile in attesa che sia il mio turno ad andare in vacanza, mi sto abituando al caldo e non mi sembra poi più così afoso, le ciabattine se ne stanno tutte in fila nella scarpiera pronte all’uso ed il gelsomino è fiorito. In altre parole ho ripreso saldamente il buon umore (però questo l’ho scritto sottovoce).
Il gelsomino all’ingresso del civico 33 è fiorito. Certo, con un mese di ritardo su quelli di tutti gli altri, ma è fiorito. Con una punta di orgoglio vedo che il noto pollice sterminatore della sottoscritta inizia a fare cilecca.
Stamattina la micia mi ha aspettata davanti alla porta per depositarmi, orgogliosa, sullo zerbino il suo bottino dopo la caccia grossa. Abbandonate le mosche ora procaccia la colazione per tutta la famiglia e ci ha portato la sua prima lucertola catturata senza l’aiuto del rosso.
In assenza dei capi io ed il geometra ci siamo organizzati per guardare la partita manomettendo un video del circuito chiuso. L'operazione ha richiesto un paio d'ore col recupero di un'antenna volante dal vicino ed il risultato non è certo dei migliori: lo schermo largo una spanna, in bianco e nero e col commento che va e viene. Mi accontenterei che almeno si riuscisse a distinguere la palla. Ma come si dice, piutost che nient, l’è mei piutost.

La vedete questa fotografia? Bhè, è frutto di un’idea bolsa (che gli altri hanno simpaticamente definito “idea della mi#@]ia”) che partorisci per caso in un afoso pomeriggio domenicale – probabilmente sotto gli effetti di demenza spaiata – e che nonostante tutto prende piede. La proposta era più o meno questa: lasciare la macchina nel punto “a” per andare al punto “b” percorrendo la ciclabile nel canneto all’una e mezza del pomeriggio. Dal punto “a” al punto “b” sei/sette chilometri di stradine polverose attraverso canneti notoriamente sovrappopolati da zanzare delle dimensioni di piccioni, un sole a picco, afa, caldo e umidità che nemmeno una foresta pluviale. Non era il massimo, lo ammetto, ma lo faccio a posteriori perché nella veste di apripista ho obbligato l’uomo, la cugina ed il cat sitter a sciropparseli tutti con stoica caparbietà. Sospetto mi abbiano stramaledetto tutti e tre per questa mia entusiasmante uscita, di fatto il cat-sitter mi ha già comunicato che domenica prossima ha da fare.
["Un gatto nero che vi attraversa la strada significa che l'animale sta andando da qualche parte"] Groucho Marx.

[ “Uno rosso difficilmente vi taglierà la strada, sarà troppo impegnato a spiaggiarsi sul balcone"] Spaiata.
Tafferugli nella via del civico 33. Svariate liti di cui noi, vivaddio, siamo stati semplici spettatori. Dev’essere il caldo che fa sparigliare.
Sono in preda a forte e immotivato scazzo. Mi annoio io prima di tutto e mi annoia quasi tutto quello che mi circonda. Sono apatica tanto che mangio pasta al pesto da tre giorni non avendo voglia di cucinare qualcosa che richieda un minimo di fantasia e impegno, il massimo sforzo accettabile è svaccarmi sul divano. Stanca poi non parliamone. Non dormo, non mangio e ho caldo. Da ieri sera avrò detto si e no due parole e anche quelle mi sono state estorte con la forza. Sono di luna pessima, davvero poco tollerante. In pratica una rompiballe da competizione. Ho maltrattato la genitrice – che un po’ l’andava cercando - , la vicina, l’uomo e tutti quelli che coraggiosamente mi hanno avvicinata. Ma tranquilli, mi capita ogni anno, è il cambio di stagione. Poi passa e ritorno quella di sempre. Una rompiballe, però simpatica.
Il ventilatore è regolarmente funzionante da ore, nonostante qualcuno lo abbia messo in dubbio e seppur con qualche vite, evidentemente inutile, in meno. Che poi la sottoscritta non si scompone più di tanto, nel pericolo ci sguazza indifferente e comunque c’è chi sta peggio di me. C’è chi un ventilatore, pure posticcio, non ce l’ha e col caldo spariglia. Altrimenti non si spiegherebbero le strane telefonate che arrivano oggi: la solita vecchina che programma un viaggio a Lourdes, un signore che voleva cinque banane, un altro incazzoso perché non gli ho ancora consegnato la lavatrice, la signora che cercava un dottore per farsi fare una ricetta e quello che voleva prenotare un aperitivo-party per venti persone. Tutti che chiamano qui, un’agenzia immobiliare. Sempre sostenuto che dovremmo differenziare di più l’offerta.
Potrei liquefarmi seduta stante. Ho supplicato quello del bar di lasciarmi leggere il giornale in cella frigorifera seduta su un fusto di birra e devo avergli fatto pena perché mi ha assecondata nonostante lo scetticismo sulle richieste. Effettivamente una delle migliori idee degli ultimi giorni: con la lucina di cortesia, il giornale, un thè ghiacciato e una temperatura finalemente umana stavo da dio. Ho deciso di uscire solo quando il senso del dovere, che non tace nemmeno quando è sudato e tramortito dal caldo, mi ha suggerito che era ora di andare a lavorare. Credo che a metà pomeriggio mi prenderò una pausa per rintanarmi là dentro ancora cinque minuti.
E anche i ventilatori anticaldana pomeridiana sono stati riesumati dall’archivio. Quello del geometra non so, perché anche quest’anno mi sono rifiutata di montarlo, ma gli altri stanno insieme per magia e funzionano per miracolo avendoli assemblati la sottoscritta smadonnante armata di cacciavite e avanzando cinque/sei viti e un pezzo di cui non conosco la funzione. Ma servono allo scopo, tanto basta.
Varie spaiate:
1) sono due mesi che io e la Berta andiamo usciamo con una costanza che ci stupisce tanto che ormai metà della gente che mette piede in ufficio mi ha vista correre da qualche parte e ci tiene a farmelo sapere. La Berta, ragazza perspicace, ha capito che se non mi apre lei la bottiglietta d’acqua io posso anche morire di sete dopo. A nulla valgono i miei sforzi, le bottigliette non mi riesce ad aprirle in autonomia e ormai lei, rassegnata, lo fa per me.
2) si prevede lo sbarco del mio migliore amico davanti all’ufficio. Sarà un pranzo poco “mangiato” e molto chiacchierato.
3) bello scoprire che stanno rifacendo la segnaletica nella metà di cittadina in cui si trova l’ufficio e che non ci sia un parcheggio in cui abbandonare la ka fino all’altro argine. Ma un cartello per avvisare il giorno prima? E la buona abitudine di fare questi lavori dopo le cinque per creare meno disagi come andava vantandosi il Comune?
4) ho guardato per caso Lucignolo. Quelle riprese di traffico notturno mi hanno fatto venire il mal d’auto.
Dopo essermi dimenticata mia cognata con l’armadio marito ammmericano in stazione, stavolta l’uomo mi ha esentata una volta per tutte dal facile compito di recuperarla che un’altra dimenticanza sarebbe stata inqualificabile. Non basta giustificarsi dicendo che sono spaiata, cosa per altro vera e motivo sufficiente a spiegare dimenticanze, ritardi e quant’altro causi sparizioni misteriose della sottoscritta. Tutto questo però mi è sfuggito, probabilmente non sono stata attenta, vassapere. Tra l’altro visto che della cosa se ne è occupato lui, mi risulta difficile spiegare il ritardo in ufficio: stavolta ero lì in piedi sui binari in religiosa attesa, col rischio di liquefarmi col dubbio se toccasse a me o meno il ritiro della cognata, ma soddisfatta di aver rispettato l’impegno ed essere finalmente nel posto giusto al momento giusto. Pura illusione, lei era già a casa col fratello, la sottoscritta ha sbagliato orario e l’uomo ha tamponato come meglio poteva. Non ce la posso fare, no, mi dimetto da taxista dei "brothers in law".
Ho avuto la malaugurata idea di mettere piede in un’erboristeria. Credevo di non uscirne viva. Se davo retta all’erborista per superare l’ondata di caldo avrei dovuto dar fondo allo stipendio.
Premessa: la nonna ha ottant’anni, il nonno novanta ed è molto malato. Siamo però organizzati in modo da rendere meno pesante la situazione ai nonni. Le visite sono a domicilio, come la consegna delle bombole d’ossigeno e oggi porteranno uno di quei letti apposta per farlo dormire più comodo. Tutte le spese sono gestite da mia mamma e da mia zia, la nonna deve solo pensare a stare tranquilla, il nonno a riposarsi e noi nipoti a dare affetto incondizionato. Un microcosmo perfettamente funzionante.
Il fatto: telefona a casa dei nonni – in un orario in cui tutti noi lavoriamo - una persona che non si identifica, ma che chiede se in casa c’è un malato. A risposta affermativa lo sconosciuto allora si qualifica come addetto dell’assistenza sanitaria – falso – e che passerà a casa a ritirare i soldi del servizio fornito – falso due volte. Mia nonna, che ancora oggi non è affatto in disarmo, è stata indottrinata in anni e anni di teoria a non abboccare alle truffe, a dare il nostro numero se è in dubbio e a non aprire agli sconosciuti, ma se non fosse stato così? Se ingenuamente avesse pensato che davvero li doveva quei soldi e, per levarci una seccatura in più, avesse dato fondo alla sua pensione? Siete dei bastardi. Profittatori di persone anziane e malate in difficoltà che dovrebbero provare sulla propria pelle le truffe ignobili che imbastite ai danni di persone indifese. Mi auguro che il maledetto non s’arrenda e che richiami, ma che stavolta abbia la sfortuna di incappare in uno di noi che si, sarà ben contento a pagare quanto dovuto per servizi non forniti, ma con un poliziotto nell’altra stanza. A gente come voi darvi delle merdacce può risultare perfino un complimento.
Il Cat-sitter e famiglia sanno che abbiamo esteso la ricerca della casa anche ad altri paesi, il che significa non solo un nostro eventuale trasloco, ma anche quello dei gatti di proprietà. Evento totalmente inaccettabile per loro tanto che alla sera passeggiano in paese coi cani in cerca di rustici da segnalarci. Ieri sera sono stata convocata d’urgenza dal figlio più piccolo che è venuto a suonarmi alla porta per accompagnarmi alla loro “scoperta”. Sua mamma e suo fratello ci aspettano già là per vedere se il rustico passerà il test spaiato e dagli occhi che mi luccicano capiscono che, si, è proprio quello che andiamo cercando. Stasera c’è la spedizione al circolo per scoprire nome e cognome, indirizzo, telefono e codice fiscale del proprietario da supplicare per vendercelo. La barista sa vita, morte, miracoli e gossip di tutto il paese, non dovrebbe essere un interrogatorio difficile.
La mia voglia di lavorare naviga a vista, tende a sbandare e a fare acqua. Mi ci vuole uno scoglio, anche lontano, su cui fare affidamento per avere una rotta. Quindi stesura ferie, a fantasia. Che nessuno qui ha ancora capito a quale categoria appartengo e come si calcolano. Nel dubbio sono stata di manica larga, poi si vedrà. Il prossimo passo è spedire l'uomo in agenzia con due o tre mete tra le quali scegliere.
Ho pregato affinché scegliesse lui e non me e sono stata esaudita: la genitrice ha reclutato il geometra per un lavoro e ha preso le chiavi della ka che non le sembra vero che qualcuno salga volontariamente sulla sua macchina. Noi di famiglia, ad esempio, ce ne guardiamo bene visto che ci ha fornito svariate dimostrazioni a bordo del pericolo a cui si va incontro. Che mia madre in macchina è un pericolo pubblico tra di noi è ormai cosa nota, ma una regola non scritta vieta di parlarne, perché se la reputazione di pessima guidatrice che la precede le arriva all’orecchio pur di dimostrarci che abbiamo torto marcio ci obbligherà ad occupare il posto passeggero trascinandoci in un tour della cittadina facendoci rischiare la buccia ad ogni rotonda (e ce ne sono parecchie). Il geometra di questa cosa ovviamente è ignaro e sono certa di vederlo tornare provato. Ottimo, visto che devo comunicargli il piano delle ferie e non ho la minima voglia di discuterne.
Sono due notti che non dormo come si deve. Prima per il caldo, poi per le maledette (leggi:zanzare). E di fatto sono intrattabile, perché dormire, insieme a mangiare quando ne sento la necessità, sono le due funzioni base per rendermi una brava persona. In assenza di una delle due condizioni mi trasformo in una iena. E pure con due valigie al posto delle occhiaie che non mi migliora certo l’umore. Aggiungiamoci che ormai rasento la disperazione: dormo con addosso il minimo indispensabile, l’off sul comodino e cercando alternative. Verso le cinque l’uomo mi ha sorpresa con due bottigliette di thè al limone ghiacciate sotto le ascelle ed ha ritenuto opportuno chiedermi se stavo sparigliando definitivamente.
Spaiata: amore dimentichiamoci la videocamera, regaliamoci quei bei ventilatori con le pale che ti girano sopra la testa, ti pregooooo.
Uomo: assolutamente no, lo sai che dovremmo ridurre casa in un cantiere. Poi chi ti sopporta.
Spaiata: ho bisogno di dormire, allora dammi una botta in testa e tramortiscimi per otto ore.
Uomo: lo escludo, già non sei normale di tuo, figuriamoci dopo una botta in testa.
Spaiata: ci trasferiamo a duemila metri in cerca di fresco?.
Uomo: certo che sei un bel tipo tu, togliere il piumone no?
Spaiata: ehm, ma sono discorsi da fare alle cinque del mattino? Dormiamo và.
In effetti, mi secca ammetterlo, ma non ha proprio tutti i torti. Io non ci avevo pensato.
Un rito serale è quello della toeletta ai gatti di proprietà sul balcone. S’incomincia a battagliare con la micia che non gradisce di essere spazzolata e tenta la fuga più volte prima di arrendersi e lasciarmi fare. Si passa poi al rosso che invece apprezza parecchio. Accomodato sulle mie gambe accende il fusometro e si lascia cotonare godendosi le attenzioni a lui dedicate.
Mi è stato chiesto dalla Vì quali sono i miei cinque miglior film, quelli che mi hanno cambiato la vita ed ai quali sono più legata per intenderci. Mica so rispondere, dovrei fare mente locale, con la certezza di non riuscire a ridurre la lista a soli cinque film, esattamente come sono sicura che ne dimenticherei qualcuno per strada. E’ più facile con i film “di contorno”, film che ricordo per un determinato episodio e che riguardo sempre con piacere perché la loro visione mi riporta indietro di anni, ma che non sono necessariamente quelli che mi sono piaciuti di più.
1) ET. La prima volta in assoluto al cinema per me bambina che ne uscii incredula, abbagliata, conquistata a tal punto che per settimane andai avanti a controllare il ripostiglio prima di andare a dormire alla ricerca di un extraterrestre.
2) Il bambino d’oro. L’unico film guardato con il genitore biologico.
3) Grease. Credo che io e mia cugina saremmo ancora in grado di ballare e cantare come i protagonisti.
4) Shining. In un estate piovosa noi che ci ritrovavamo al parchetto siamo riusciti a guardarlo 11 volte. Le battute le so ancora a memoria.
5) La stanza del figlio. Riesce a farmi piangere sempre. E non è il film in sé, ma le somiglianze con la mia vita nel periodo in cui uscì e tutto quello che smuove ogni volta che lo vedo.

Avere una spiaggia qualsiasi a vista.
Una giornata in montagna e la genitrice che mi fa uscire di senno sono argomenti che basterebbero per svariati post, ne ho scritti due, ma sono in imbarazzo nel decidere quale faccia più schifo dell’altro. Perciò, la sottoscritta si prende una vacanza.
La Ciabattina prendendo alla lettera i festeggiamenti a lei dedicati per l’anno di convivenza ha pensato che nella giornata di oggi tutto le fosse concesso, così in pausa, mi ha letteralmente smontato la portulacca arancione comprata al vivaio sabato e travasata da meno di ventiquattro ore. Nonostante la giornata speciale l’ho rincorsa per un po’ brandendo la ciabatta infradito per convincerla a desistere dal fare giardinaggio a modo suo con le mie piante.
Mannaggia a me che stamattina, in preda ad entusiasmo estivo, ho cavato dall’armadio una gonna svolazzante. Di una scomodità pazzesca. A rimediare la Berta che, sapendo che il bar sarebbe stato chiuso, mi ha portato una brioche e un succo passando di qui per mettersi d’accordo sulla corsetta di stasera. Certe gentilezze hanno il potere di ribaltare anche un lunedì partito maluccio.

Un anno fa, accompagnata dai suoi bipedi d’origine, sbarcava nell’amena cittadina lacustre la Ciabattina, soprannominata zecca per la sua attitudine a starci appiccicata. Da quel primo incontro all’ombra del palazzo Flaim ne sono successe di cose. Il primo discovery per il civico 33 sotto gli occhi attenti di tutti noi, la conoscenza del Calza che proprio non ne voleva sapere di avercela tra le zampe e per quasi una settimana ci ha battagliato cedendo poi le armi totalmente conquistato, la prima notte che ha passato da noi dormendomi addosso in cerca di protezione, i giretti fuori col rosso a fare da gatto pastore, i recuperi sugli alberi che sono la sua passione e nel convento per non essere da meno del fratello panzone. Ormai è di casa, si è pure calzettizzata mettendo su una pelliccetta rossiccia e se la cava benissimo anche da sola rimettendo a posto ogni micio randagio che s’avvicina, ringhiando quando serve per scoraggiare gli estranei troppo vicino a casa e procacciando mosche per tutta la famiglia. Guai a chi ce la tocca la nostra gatta e ancora grazie alla famiglia d’origine che ci ha scelti e ritenuti idonei all’adozione felina.
Tornando a casa ho trovato una serie di scarpe e borse sparpagliate sulle scale e un cartello attaccato in cima con scritto “il mercatino della spaiata – chiuso il lunedì”. Un modo carino dell’uomo per farmi capire che nell’ultima settimana mi sono fatta prendere la mano nel lasciare in giro la mia roba. Ha ragione stavolta e perciò mi sono fatta una risata, gli ho lanciato un infradito cercando di prenderlo e mi sono messa a ritirare staccando i prezzi che lui ha dato a tutti gli articoli. Curioso come non abbia intuito il capitale che aveva per le mani attribuendone prezzi molto inferiori. Potrei dilapidare uno stipendio intero in scarpe e borse e lui rimarrebbe comunque impassibile credendo che io spenda molto meno di quello che dichiaro.
Svaccati sul divano.
Uomo: uh, hai una cicatrice qui sul ginocchio.
Spaiata: ah, si, me la sono fatta rincorrendo un bambino alle medie. Mi ha rubato il panino al prosciutto, io me lo sono ripreso, ma poi ce le siamo date di santa ragione.
Uomo: ne hai una anche sulla fronte che mi spiega tante cose.
Spaiata: quella la devo ad un incontro ravvicinato con un muro su una Uno, ho cercato di salvare i mirtilli, ma ho battuto la testa contro il sasso.
Uomo: ne hai altre?
Spaiata: una sulla caviglia, cercavano di buttarmi in piscina, ma non volevo finirci col gelato appena preso. E una sulla mano. Volevo assaggiare una patata la forno, ma mia mamma mi ha beccata e per la sorpresa di avercela dietro alle spalle mi sono ustionata sul grill.
Uomo: ammazza, per te procurarti il cibo è una dura lotta che nemmeno l’uomo di neandertal quando usciva la mattina a cacciare.
Spaiata: questione di sopravvivenza, lo sai anche tu che se non mangio divento una iena, passami il barattolo di gelato và.
Ho un diavolo per landanat (capello) dopo che la genitrice mi ha ripetuto per cinque volte di fila la stessa medesima frase a scadenza di 5/6 minuti, intervallo decisamente troppo ravvicinato per non farmi saltare i nervi. Che poi irrimediabilmente mi scatta la ribellione e te lo faccio per dispetto. Senza realmente volerlo, subisco una trasformazione da Spaiata a versione “cocciuta come un mulo” di me stessa, stato di alterazione da genitrice ripetitiva che negli anni ha generato siparietti che mio padre minaccia di riunire in un libro, prima o poi. E’ che proprio non lo digerisco ed uso un metodo scientifico per scoraggiare tale comportamento: mi chiedi di farti una cosa, bene, appena possibile ti accontento, ma se ho un lavoro urgente da finire aspetti che non si sta parlando di anni, ma decine di minuti al massimo. In questo lasso di tempo si suppone tu ti metta tranquilla, ma mia madre no, passa per caso cercando di scoprire quale lavoro ha la priorità sul suo e già che c’è, pensando di avere una figlia dalla memoria corta mi fa un memo verbale (e due). Per distrarsi fa una telefonata, ma non vedendomi a capo chino sulla “sua cosa” si finge smemorata e mi chiede se mi ha già detto che bla, bla, bla (e tre). A quel punto ho già il sopracciglio destro (quello del fastidio) alzato e posiziono l’udito selettivo su on smettendo di ascoltarla. La genitrice ora non ha pace, le lancette passano e io non ho ancora degnato di uno sguardo la sua brutta appoggiata alla scrivania. Bisogna agire, subito e tramite terzi. Chiama mio padre e lo obbliga a chiedermelo a sua volta (e quattro). Parte la mutazione spaiata e da lì in poi è tutto un inventar di urgenze pur di vederla friggere sulla sedia in attesa. Lei tace, ma fissa il citofono e sospetta io lo stia facendo apposta, così cerca di resistere a venire da me e ripetermelo per la quinta volta. Dura poco e sbotta che mi chiede un favore (e cinque) ogni morte di papa e io la metto in attesa, che lei è l’ultima ruota del carro, che come mi ha fatto, mi disfa ed altre frasoni ad effetto. La lascio alterarsi da sola, perché più parla senza che io ribatta, più somiglia ad un bufalo permaloso. Quando ha finito e si ricompone lisciandosi la giacchetta le faccio notare che “la sua cosa” ce l’ha già sul tavolo ( e che la sottoscritta ha un po’ mimetizzato per sviarla) e che non c’è bisogno di scaldarsi tanto. La notizia la spiazza e la rende mansueta per settimane. Come dicevo, ho un che di scientifico a far incazzare mia madre quando lei a sua volta lo fa con me.
Puntuali come le tasse sono tornate anche le zanzare, la sottoscritta ha punture ovunque (persino in mezzo alle dite dei piedi), l’uomo nisba, nemmeno una di numero. Appurato che in casa solo io fungo da aperitivo, pranzo e cena per le maledette ho dettato alcune regole di (mia) sopravvivenza. Tanto per incominciare dopo una certa ora c’è il coprifuoco, tassativamente proibito accendere le luci e le normali attività tipo leggere, lavarsi i denti, mangiare una pesca si fanno al buio. Non ci si riesce nell’oscurità? Non la si fa, punto. L’aspirapolvere non va più di sotto, ma gli va trovato un posto a portata di mano in sala perché ho un nuovo metodo spaiato per debellare la loro fastidiosa presenza in casa: nel sacco di carta spruzzo un bel po’ di zanzaricida, quando mi gira accendo le luci – in deroga alle leggi antizanzare promulgate in questi giorni – aspetto cinque minuti che le stramaledette si appoggino al muro vicino alla luce e le aspiro. C’è da dire che oltre a questo, anche la micia mi è di grande aiuto passando tutta la serata in caccia. Il rosso no, ha delegato alla gatta queste incombenze faticose.
Ieri sera il commercialista è venuto a correre con me. O meglio, era nel piazzale, mi ha visto sfrecciargli davanti e si è aggregato. Ho detto tutto.
Hanno scambiato la casa per un albergo e probabilmente la sottoscritta per un maggiordomo, comunque per una Spaiata al loro servizio. Vanno a zonzo tutto il giorno, cacciano, pisolano nell’erba al sole, stazionano dal rottweiler del vicino a farsi lappare, già che ci sono fanno merenda e agguati in società agli altri gatti del quartiere. Dopo tanto movimento a sera pretendono un passaggio in braccio fino a casa, cibo e coccole finchè non stramazzano sulla copertina dal sonno.
Post felino in risposta ad una certa Stordita che mi manda messaggi dopo aver pubblicato i suoi gatti al solo scopo di farmi rosicare. E ci riesce benissimo.
Mi areno sul divano e mi ritrovo circondata da bipede e gatti a farmi caldo. Mi spiaggio sul balcone e pure i felini si sdraiano sulla mia pancia a prendere il sole. Vado in bagno e il caso vuole che il bipede abbia bisogno le forbicine, il rosso senta il bisogno di sedermi in braccio e la gatta di alitarmi sul collo appostandosi sulla vaschetta. Mi amano, oh, quanto mi amano, ma non mi concedono mai un momento di privacy. Così mi sono comprata un bel lettino per prendere il sole e che funga anche da branda e mi trasferisco in ingresso, armi e bagagli. Lontano da tv e ciotole dubito che qualcuno mi seguirà. E se ci provano per non più di dieci minuti, dopodichè avrò tutta la privacy di cui ho bisogno.
Il cellulare della sottoscritta avrà si e no due anni. Non sono una fan dell’ultimo modello in commercio, l’ho cambiato solo perché il rosso di casa ha demolito quello precedente. Questo sembra resistere agli attacchi felini e alla mia disattenzione. Funzionare funziona, ha pure funzioni che nemmeno uso, adempie al suo lavoro e tanto basta. Mi sono evitata di leggere le istruzioni dall’acquisto a oggi preferendo il metodo spaiato di apprendimento – a vanvera – ma non posso rimandare oltre. Ha un difetto, che ormai non tollero più: se arriva un messaggio il telefono continua ad avvisarti finchè, esasperata, non ti alzi, frughi nella borsa e non lo leggi. Non puoi ignorarlo, continua a oltranza. Voglio azzerare la suoneria e dopo n tentativi andati a vuoto o mi leggo le istruzioni o lo lancio fuori dalla finestra. Prima magari fare mente locale su dove possano essere le istruzioni sarebbe utile.
La genitrice torna dal commercialista. Già che c’ero, profittando di poter svicolare l’attraversamento di mezzo paese sotto un sole a picco e rimanere al fresco dell’ufficio, le ho fatto una nutrita lista di documenti da ritirare (anche le mie tasse) e da chiedere. Mi guarda in modo strano. Non le riconosco l’espressione. Potrebbe essere incavolata come un bufalo, ma anche no. Nel dubbio chiedo, ho imparato che è meglio affrontarla subito di petto che aspettare che si faccia gran castelli prima di proferire parola, nel frattempo anche una bazzecola diventa tragedia greca.
Spaiata: ho un brufolo sul naso, della rucola tra i denti, un baffo di cioccolata?
Genitrice: niente, pensavo.
Spaiata: se mi guardi stai pensando a qualcosa che mi riguarda.
Genitrice: il commercialista mi ha parlato di te.
Spaiata: chi, l’uomo che mi cazzia qualsiasi cosa faccia e che mi accusa di avere una concezione di contabilità quantomeno stramba? Ci avrà dato dentro col barolo.
Genitrice: invece mi ha fatto i complimenti che sei una figlia d’oro, sempre gentile, col sorriso e molto competente.
Spaiata: confermo, ha bevuto.
E, ho controllato, non è nemmeno periodo di parcella.
Troppo caldo. Il fisico ancora deve abituarsi a questa temperatura che fino a tre giorni fa mettevo il maglioncino alla sera e alla mattina. Nemmeno arenata mezza nuda sul balcone riesco a trovare un po’ di refrigerio. Faccio una lavatrice? sudo al solo pensiero di smistare il colorato dal bianco. Mi porto avanti coi lavori e preparo la cena? Naaaa, dovrei accendere i fornelli e allora si, che mi sembrerebbe di stare in pieno girone dantesco. Allora faccio una sorpresa all’uomo e vado al cantiere in macchina con l’aria condizionata sul massimo puntata sulle ascelle e magari porto pure dei gelati. Ne vengo via pienamente soddisfatta dell’improvvisata che ha dato i suoi frutti. Accolta calorosamente grazie ai cornetti assortiti che porto in dono, rimedio pure due manate di calce sul sedere (dall’uomo) di cui non mi accorgo fino a quando in banca la signora dietro di me non me le fa – pietosamente - notare col chiaro intento di evitarmi ulteriori sguardi divertiti. Va da sé che rimedio pure una carriolata di sbertucciamenti nemmeno troppo velati. Ma non solo, tronfia d’orgoglio, ho nel bagagliaio un flessibilino nuovo che mi sono regalata prelevandolo dal cantiere. Sono una donna felice. L’uomo me l’ha regalato, ma ancora non lo sa. E mi guardo bene dal dirglielo se no me lo sequestra.
Telefona quella sadica dell’aiutante commercialista. Solo a pronunciare la parola tasse già ride, pregustando un mio probabilissimo mancamento.
Aiutante: ciao, volevo sapere come intendi pagare le tasse.
Spaiata: argh…
Aiutante: il 20 di questo mese o del prossimo?
Spaiata: anche a rate volendo. Comode rate a prezzi piccoli piccoli pari al costo di un caffè al giorno come per i materassi no?
Aiutante: massù dimmi che ti preparo la delega.
Spaiata: al tempo, prima dammi la mazzata, quanto devo?
Aiutante: ben euro x, sai stai scontando l’anno anomalo che ti ha ridotta in mutande l'anno scorso.
Spaiata: ‘sti cazzi, le mie ultime scarpe costavano di più. E tu mi fai tutta sta manfrina per due soldi, mandami la delega entro sera, pago domani e non ci pensiamo più.
Li mortacci, nemmeno quando porta belle notizie riesce a comunicarmele senza farmi rischiare un crep.
Genitrice: fai parecchio orrore.
Spaiata: perché scusa?
Genitrice: non ti ho cresciuta così.
Spaiata: mbè?
Genitrice: non è normale fare colazione con pizza e caffè.
Il bar ha le serrande ancora abbassate. Non è dato a sapersi se apre o meno. Nell’incertezza mi sono procacciata cibo altrove.
Un cliente viene a firmare il progetto per casa sua da depositare in comune. Mal contate saranno un centinaio di firme tra documenti e disegni. Ci vuole anche un certo allenamento per non arrivare in fondo coi crampi. Solitamente quando i clienti si ritrovano armati di penna al tavolo riunione partono gli anatemi verso la burocrazia, il mare di cartacce inutili, le lungaggini in generale. Sono stata abituata ad ascoltarne di ogni. Questa però è una novità. Il cliente con un principio di indolenzimento al quindicesimo disegno ha suggerito di fare un’unica tavola della lunghezza di 20/30 metri così che basti una sola firma. Peccato però che la sottoscritta per tagliarla poi dovrebbe stenderla per le vie intorno all’ufficio e magari organizzarci anche un tentativo di record. Un’idea geniale tutto sommato che non è raro si perda una copia dal plico depositato, ma decisamente poco pratica in cantiere. Comunque innovativa rispetto ad ogni genere di lamentela sentita sin’ora.
La sera in cui vado di jogging lascio la roba in ufficio per recuperarla poi a sessione finita ed agguantare una bevanda ghiacciata che ho avuto la premura di recuperare nel pomeriggio e sistemare ben nascosta nel frigorifero. Che son piaceri della vita, specie se arrivi sudata che nemmeno Baldini dopo la maratona ad Atene e con la lingua felpata. Stasera, prima, mi tocca caricare in macchina il geometra e portarlo dal meccanico a recuperare la sua, l’officina ovviamente non mi è di strada e tocca telefonare alla socia per cambiare percorso. La roba la lascerò in macchina per non sciropparmi altra strada e aumentare i minuti che mi separano da una sacrosanta doccia. Ottimizzare i tempi si dice ed io ottimizzo con le palle girate. Non mi scoccia tanto trovare la bevanda al punto di ebollizione perché parcheggiata insieme alla spaiatamobile, o per le mozzarelle di bufala che difficilmente supereranno l’esperienza, o ancora abbandonare la borsa incustodita che non sto sviluppando la sindrome da autoradio (rubata), quello che mi rode davvero è che il geometra senza averne coscienza con scientifica puntualità riesce sempre a scombussolarmi i piani. Porca miseria come fa ad azzeccare sempre il momento migliore per incasinarmi anche le più banali attività?
Ho calcolato che al paesone, seppur provincia, siamo cinque anni indietro rispetto ad una grande città. Gli indici per il calcolo che ho utilizzato sono il calcolo di informatizzazione dei pubblici uffici (mail ricevute dal comune: 1 in tre anni), aggiornamento delle strutture ricettive essendo un’amena meta turistica lacustre, convivenza di culture diverse con soggetti provenienti da paesi stranieri, viabilità (frutto di pensate a dir poco geniali che fanno la felicità dei carroattrezzi), conoscenza delle lingue avendo a che fare principalmente con orde di tedeschi dal calzino sandalato e la comparsa del Mc Donald’s (che è praticamente ovunque) in epoca recentissima. Un piccolo passo avanti però l’abbiamo fatto. Fermi alla consegna a domicilio di pizze indigene, ultimamente abbiamo avuto un’apertura culinaria verso altre gusti: apripista è stato il ristorante greco con proprietaria ateniese, da poco un ristorante di sushi. Ed essendo anche da asporto faceva giusto al caso nostro: partita della nazionale a casa degli sposi con frigorifero desertico causa partenza per il viaggio di nozze. Abbiamo tutti avuto problemi con la zuppa di miso mangiata seduti sul divano e siamo finiti a vederla con magliette prese in prestito pescando a caso nell’armadio del figlio della dentista: chi la maglia della Germania, chi con quella inglese, l'uomo con quella del Ghana, la sottoscritta con l'irlandese, smadonnando alternando inglese, tedesco, italiano e dialetto locale e tutti mangiando giapponese, salumi tedeschi che quest'ultimo riempie niente e bevendo vino del contadino. Comunque un bel mix.
Sono uscita a fare le commissioni contenta come una pasqua che persino fare la coda in posta e poi in banca è meglio che stare tappata in ufficio. Inizio a risentire del clima estivo e la voglia di lavorare è finita ai minimi storici, parecchi metri sotto le ciabattine rasoterra più o meno. Non riesco a concludere niente, mi perdo altrove a scadenza di cinque minuti, mettere la parola fine su qualcosa che ho incominciato negli ultimi due giorni ha del miracoloso e spesso non ha niente a che fare col lavoro. Per dire. Uscendo dalla cartoleria ho notato delle macchie di vernice blu sui ciotoli. Mentre tornavo in ufficio le ho seguite per un po’ che tanto erano di strada. Solo che al negozietto di bottoni io avrei dovuto andare a sinistra, mentre le gocce blu giravano a destra. Ho allungato la strada di venti minuti per scoprire che una signora sta dipingendo un vecchio armadio di blu oltremare sul balcone. Che ero curiosa già lo sapevo. Che avevo uno smodato bisogno di ferie l’ho intuito quando mi sono detta che il colore scelto dalla signora era un segno di vacanza urgente e sono entrata nella prima agenzia di viaggio per portare a casa tre metri cubi di depliant. Giusto per farmi un'idea.
Certe giornate vanno dormite.
Ci abbiamo passato delle mezz’ore davanti alla vetrina, per la disperazione del commesso che ogni volta doveva chiederci permesso per aprirla, estrarre quella scelta da altri molto più risoluti di noi e richiuderla dietro di sé.
Uomo: è deciso.
Spaiata: direi di si.
Uomo: non è che volevi qualcosa d’altro?
Spaiata: di regalarmi il flessibile non se ne parla?
Uomo: non se ne parla, tu mi fai paura.
Spaiata: allora vada per la telecamera, fiftififti.
E' il cadeau che ci facciamo per l’anniversario, scelto di comune accordo dopo mesi di trattative che il flessibile ed il seghetto alternativo li desideravo parecchio. Adesso bisogna vedere se riusciamo a deciderne il modello in tempi brevi. Al flessibile, però, non ci ho mica rinunciato, me lo regalo alla prima occasione buona e senza bisogno di trattative mi scelgo l'ultimo modello in commercio.
La doverosa premessa è che il cameriere ha subito individuato dove indirizzare gli alcolici, alla fine ci ha lasciato il secchiello che gli tornava più comodo. Questo a giustificazione del fatto che eravamo troppo impegnati ad intrattenere gli sposi ed i parenti tedeschi per scattare fotografie e che le poche che ho fatto sono rigorosamente mosse. Ed è un peccato che la prima cosa che ci hanno chiesto i genitori dell’uomo, oltre al solito nipote, è stata una fotografia di noi due insieme. Anche mia cugina il giorno dopo ha avanzato la stessa richiesta. Mia madre non parliamone, lei ha chiesto il ciddì, versione completa. Ma mica me lo ricordo se ne è stata fatta una che li accontenti. Una carenza che sarà sanata recuperando il ciddì proveniente dalla Germania e/o dalla vicina Svizzera, il tutto dopo il viaggio di nozze degli sposi. Mica una roba così facile, ecco.
Parliamone della “miis” da matrimonio. I pantaloni bianchi fasciasedere? un successo, posso affermarlo con sufficiente certezza che nessuno ha potuto non notarli. Soprattutto con quella macchia ciliegia sul panaro rimediata giocando con la figlia della sposa che teneva in mano un chupa chups. I sandaletti col tacco? Perfetti, nessuna caduta (di stile), dolore sopportabile. Tutto bene quindi? Un par de balle, nessuno mi aveva detto che pochi eletti avrebbero usufruito di un passaggio con la barca arrivando al ristorante direttamente via lago. Ho voluto rischiare e ho affrontato molo-barchetta-molo- spiaggia sui trampoli che ho tenuto fino a sera con stoico coraggio e senza mai proferire un lamento. Ho visto altre donne cedere molto prima, evidentemente le esercitazioni a qualcosa servono. Me ne sono sbarazzata – preferendo un paio di ballerine basse e comode come ciabatte – solo a cena al castello in cui i proprietari ci hanno permesso di improvvisarci camerieri per gli sposi ed i parenti tedeschi. Non credevo di possedere tanta resistenza.
E come nei miei peggiori incubi la sveglia non ha suonato, vivaddio ho un orologio biologico funzionante, ma che marcia con mezz’ora di ritardo. Quando mi succede di essere di fretta entro in confusione e l’uomo diventa la persona più efficiente (nonché l’unico) su cui fare affidamento.
Spaiata che arranca sulle scale: cacchio, cacchio, cacchio devo andare dalla parrucchiera. Ricordati di prendere le calze e le scarpe.
Uomo all’inseguimento: cacchio, cacchio, cacchio, devo ritirare gli anelli.
Ed entriamo contemporaneamente nella doccia incastrandoci. Ci viene da ridere, ma mica ne abbiamo il tempo.
Uomo: organizziamoci. Tu fai la doccia io la barba.
Spaiata: agli ordini. Ricordati di prendere le calze e le scarpe.
Uomo saggio: e tu di infilarti un paio di infradito che mica riesci a correre con i trampoli.
Spaiata: si, ma tu ricordati le calze e le scarpe, mie e tue.
La mezz’ora che segue è trafelata, finalmente saltiamo in macchina.
Spaiata: cacchio, cacchio, cacchio ho tempo solo per mezza piega, mi farò stirare solo i capelli sopra.
Uomo: organizziamoci. Tu vai dalla parruchhiera, io a lavare la macchina e a ritirare gli anelli.
Tra mezz’ora qui in ufficio per la vestizione. Ridotti ad uno straccio e col tempo contato finalmente siamo quasi presentabili. Lui bello come il sole con giacca e cravatta (mai visto così in cinque anni), la sottoscritta una sventola tutta agghindata. Entrambi in ciabatte.
Spaiata: dove sono le calze e le scarpe?
Uomo: ma non dovevi prenderle tu le calze e le scarpe?
I testimoni sarebbero potuti essere dichiarati dispersi il tempo che bastava a risaltare sulla macchina, tornare a casa (e non abitiamo proprio dietro l’angolo) e recuperare calze, scarpe e sandaletti, ma lo sposo ci conosce e ci ha mentito sull’orario.
Posto che mi è preso il raptus di cambiare. Il mio personale accorato appello a chi di dovere l’ho già inviato. Qualora la destinataria - dalla manina d'oro - leggendola decida di farmi una Spaiata felice e di regalarmi un header, summer version, avrà la mia gratitudine ad oltranza. Però c’è un’altra cosuccia che mi preme sistemare: l’archivio, che è diventato parecchio lungo. Nessuno che sappia come si fa a ridurlo (anno 2003, anno 2004, ecc.) e che abbia tempo e voglia per spiegarmelo? Essù, fatemi contenta.
Il bar a fianco non è mai stato un fulgido esempio di bar funzionante. Di gestione in gestione è andato peggiorando. La sottoscritta ci mette piede solo durante le emergenze perché rimane comodo. Se, causa ritardo cronico, alla mattina non faccio in tempo a trangugiarmi la dose di caffè necessaria a mettermi in moto giocoforza mi fermo al bar o ci vado appena possibile. Fin’ora almeno l’orario era una certezza perché trovare qualcosa di vagamente commestibile solo una speranza. Ma tanto bastava. Adesso neanche l’apertura è più assicurata. Aprono e chiudono a vanvera ed al momento sono priva di un sacrosanto caffè scaccia cecagna. Non pensavo avrei mai sentito la mancanza del barista peggiore di tutto il paesone.
Piega fatta da mani esperte e non alla sperindio come sono solita. Orecchini pendenti che oscillano muovendomi e che mi fanno sentire perfetta. Perderò pure quei dieci minuti davanti allo specchio per mascararmi come si deve e mettere il lucidalabbra. Il tutto dopo essermi infilata - trattenendo il fiato per il tempo necessario - in un paio di pantaloni bianchi che mi stanno da dio e calata da esterni – l’uomo – sui trampoli. E così, agghindata per le feste, sarò pronta per il matrimonio. Tutto il necessaire è già in ufficio ed è stato trovato per caso dalla genitrice nell’armadio dei cappotti, scoperta che mi ha obbligata a mostrarle come sto per il colpo d’occhio materno.
Genitrice: oh ma quanto stai bene vestita da femmina e non coi soliti jeans.
Spaiata: ….
Mio padre: perdio chi è questa sventola.
Spaiata: …
Ecco, mi mancavano all’appello qualche frecciata sul fatto che sono un maschiaccio e come tale tendo a vestirmi. E pure qualche altro consiglio modaiolo su reggiseni che ti spingono sotto al naso le tette.
Son mica da buttare nemmeno vestita in jeans, canotta e infradito. O no?
Sera. Spaiati e gatti già tutti mangiati. La sottoscritta è già in divisa: boxer e t-shirt. Solo le estremità, di solito nude, hanno qualcosa di diverso: i tacchi di prova. E passo davanti all’uomo con tutto quello da indossare al matrimonio– salvo miei ripensamenti dell’ultimo minuto - da stirare.
Uomo preoccupato: scusa, ma cosa stai facendo?
Spaiata brandendo il ferro da stiro: stiro, a meno che non vuoi andare tutto ciancicato a fare il testimone.
Uomo sempre più preoccupato: no, dicevo, coi tacchi dove pensi di andare?
Spaiata orgogliosa: al matrimonio, da saggia ragazza però faccio le prove prima.
Uomoormai nel panico: ma porti un paio di scarpe basse vero? Coi tacchi resisterai al massimo cinque minuti. Poi diventerai una scassamaroni di prima categoria.
(e c’ha ragione porello)
Spaiata fresca come mai: mavalà, guarda come sono agile.
E mi metto un libro di cucina sulla testa improvvisando un defilè con “lecca” incorporata tra il divano e la gattocuccia demolendo in un sol colpo la libreria con tutto quel che c’è, il tacco della scarpa e un vaso di fiori. Lui prima mi soccorre, mi spalma di lasonil sulle parti contuse (praticamente ovunque), ma poi ride fino alle lacrime e dichiara di volere una videocamera come regalo per l’anniversario certo di vincere alla prossima edizione di paperissima con i miei siparietti casalinghi. Oh, stamattina è uscito ancora ridendo.
Ho imparato da un pezzo a fare i conti col fatto che sono la disperazione fatta persona del mio commercialista. Non lo vedo da quando, dopo che mi ha incoraggiata a spendere, ho cercato di fargli scaricare la piastra in ceramica per stirarmi i capelli adducendo che per lavoro devo presentarmi ordinata. Della mia contabilità ridotta ai minimi termini sa vita, morte e miracoli, quello che non sa è che sono maniaca delle fotocopie. Tutti i documenti che gli consegno passano prima dal fotocopiatore. Al telefono chiedevo indicazioni su come compilare lo studio di settore, annuale spina nel sedere. Non mi tornava un numero che avevano già inserito, non se lo spiega nemmeno lui e giunge alla conclusione che l’ho scritto io su quello dell’anno prima ed il computer l'ha solo richiamato. Sbagliato, perché ce l’ho davanti in fotocopia cosa gli ho consegnato l'anno scorso e di quel numero non c’è traccia. Dice che farà sapere, ma da oggi studierà il modo per farmi scaricare le fotocopie. Mania quanto mai utile.
Il festivalone di Sanremo non l’ho visto. Nemmeno cinque minuti, ma ho letto male - mailissimo - di Anna Oxa e della canzone con cui si è presentata. Alla radio la sua canzone non mi è sembrata strabiliante, ma nemmeno così malaccio. Noiosa certo, ma tuttavia non così abominevole da farmi alzare per cambiare stazione. Insomma non spenderei soldi per il ciddì, ma qualche parola l’ho imparata a furia di ascoltarla. Solo che non era la Oxa, ma mi dicono essere Dolcenera. A giustificazione posso solo dire che il volume della radio in ufficio è un soffio per non disturbare mentre si parla coi clienti, però pareva lei. E ora sono curiosa: quella della Oxa è così brutta da non passare mai in radio?
La fabbrica del pettegolezzo del minuscolo paese in cui ho vissuto per 11 anni con noi si è rimboccata le maniche. Sono partita avvantaggiata avendo di mio una famiglia d’origine poco numerosa con un numero di parenti inferiori alla media, ma che sono diventati il doppio con una famiglia allargata degna di beautiful e totalmente incasinata. Purtroppo non te li scegli, ma non sono mai stata d’accordo con la convinzione che devi pure tenerteli nonostante siano tossici per la tua sanità mentale e così nel marasma post divorzio dei miei si sono rotti dei rapporti con certi parenti che mi hanno indotto ad organizzare feste e libagioni per giorni. A volte ritornano però e sbarcano in ufficio senza uno straccio di preavviso che mi consenta la fuga. Anche stavolta devo ringraziare il genitore di dna che questa visita è frutto di una sua genialata, ma mai che mi chiedesse un parere porcamiseria.

Il gatto costipato migliora, grazie anche all’infermiera pelosa personale che non lo lascia un secondo.
Stasera corsa. Passa la Berta per assicurarsi la mia presenza. Le dico si. Si, ma dove cavolo sono le scarpe? Controllo inutilmente nella borsa che già al peso si sente che non sono lì. Smadonno quel tanto che basta. Per un attimo, ma solo per un attimo, considero l’ipotesi di chiamare l’uomo in soccorso. E quando ormai, rassegnata, sto per chiamare la Berta per disdire mi guardo ai piedi. Trovate.
Calzetta continua a non star bene, anche se mi sembra un pochino migliorato. Rimane mogio sul suo straccione e si muove solo se è necessario. In caso di fame la bipede gli serve uno spuntino direttamente sul divano. A prendersi cura di lui per il pomeriggio c’è il cat-sitter che i compiti li farà sul tavolo della cucina di casa nostra pur di non lasciarlo solo. Dove lo trovo io un altro cat-sitter così premuroso verso i gatti di proprietà.
Brevi Spaiate.
Sulla scrivania ho un trapano. L’incarico di tassellare era stato dato al geometra, ma io gliel’ho scippato insieme ad un trapano nuovo modello che voglio assolutamente provare.
I numeri al lotto non sono usciti, stamattina controllare l’estrazione è stata la prima cosa che ho fatto non appena in grado di intendere e di volere subito dopo il caffè. Rigiocherò.
Visto l’andazzo meteo temo che la dentista sopra un vestito scollatissimo e corto dovrà prevedere un piumino e un bel paio di moonboot che sostituiscano i sandali gioiello. Se fossi saggia porterei pure gli sci a mettere a posto, non si sa mai.
Al bar a fianco dopo due settimane di assenza sono ricomparse le brioche. Un ritorno in cui non speravo più.
Mi scrive Oceano Point via mail. Nessuna indicazione, ma un video che non riesco ad aprire. Oh, ci penso da ieri, ma non ricordo chi sia e queste cose mi fanno impazzire, sono troppo curiosa.
Il veterinario ha deciso che se vendono un appartamento vicino a noi ci si trasferisce visto il tempo in cui soggiorna da noi a causa dei due bizzarri gatti di proprietà che ne combinano peggio di Bertoldo.
Ah, Verbania ha raggiunto lo scopo: fare beneficenza e avere il record della torta più lunga. Togliendo la piazza dietro l’ufficio in cui si riusciva a camminare nel resto della cittadina per fare due metri doveva farti largo a madonne. Mai vista tanta gente così.
Ieri sera alle otto un commando spaiato ha recuperato il Rosso di proprietà, immobile e vagamente allucinato, nel rustico vicino. La sottoscritta ci si è arrampicata come una scimmia, ha raggiunto il gattone per poi passarlo all’uomo. Non stava in piedi, sguardo fisso, non mangia e non beve. Il veterinario è stato subito chiamato al domicilio e, dato che lo interpelliamo solo in casi disperati, è arrivato di gran fretta. Calza ha la febbre alta, nemmeno è scappato quando l’ha visto, ma si è accovacciato sulle mie gambe e lì è rimasto fino a stamattina. Non sappiamo cos’abbia e nemmeno il veterinario. Andiamo a supposizioni: tutti, conoscendolo, siamo convinti che abbia mangiato qualche schifezza, ma abbiamo idee diverse sul cosa. La sottoscritta pensa sia pappa lasciata al sole (e quindi andata a male) ai randagi, l’uomo un pettirosso ed il veterinario qualche diserbante dei giardini vicini. In sostanza il Rosso ha un divano a disposizione per riprendersi, le medicine prescritte e dobbiamo solo aspettare curandolo a vista. La Ciabattina nel frattempo ha tirato fuori il suo istinto materno: gli si mette vicina vicina e lo lecca sulla testa per fargli coraggio e non ne ha voluto sapere di uscire per rimanere sul divano a fare da gatta infermiera.
La genitrice deve avermi scambiata per un satellitare e come tale mi interpella per avere le indicazioni che le necessitano. Io ci provo, ma i suoi punti di riferimento non mi tornano. Prende appunti comunque: passa la birreria, passa il panettiere, ci sono due statue di Elvis sulla sinistra, entra nella piazza, prendi la strada accanto al circolo, vai dritta e dopo il carrozziere sei arrivata. Mi ritelefona ancora e ancora e ancora. Non trova il panettiere, poi la carrozzeria, ha girato a sinistra di sua iniziativa. Lei è una iena, of course. Io sullo spazientito andante.
Spaiata: mamma perdio telefona alla ditta e fatti spiegare la strada direttamente da loro, sapranno sicuramente come guidarti visto che hai un sostanzioso assegno da consegnare.
Genitrice: ma gli ho già telefonato tre volte e mi danno le stesse indicazioni che mi dai tu e non li trovo comunque.
Spaiata: mamma, sentimi bene, la “cartiera” non è Milano, ci son due strade in croce.
Genitrice: oh ma insomma sarò mica stordita eh!
Spaiata: vengo lì? ci metto dieci minuti e di faccio da apripista se mi dici esattamente dove sei. Sulla sinistra, che cartello c’è?
Genitrice: la ditta xxx.
Spaiata: ecco, non so come dirtelo senza sembrati fuori dalla grazia di dio, ma mamma sei esattamente dove dovresti essere, se alzi la visuale di due cm, sopra c’è anche il nome della ditta che vai cercando.
Genitrice: ah già.
Spaiata: chiamami se non riesci ad uscirne. Ma anche no.
Col lavoro che faccio ci sono volte in cui credo di averne viste di ogni. Ed invece ci sono persone che riescono ancora a sorprendermi. Piacevolmente anche, che è una buona cosa davvero. Lo stupore è una condizione che mi appartiene, in cui mi ci sento a mio agio.
Il civico 33 l’adoro. Se non fosse che è una casina adatta ad uno spirito minimalista in fatto di spazio. E che io vorrei un giardino dove far fruttare il pollice verde faticosamente conquistato. Ma trovare un’alternativa non è certo una passeggiata di salute. E lo dico con cognizione di causa.
Case e/o rustici presi in considerazione sin’ora:
1. il monolocale sopra il civico 33. L’idea era di farne un unico appartamento su più livelli senza aver nemmeno bisogno di traslocare, ma la megera voleva rifarsi casa coi miei soldi. Francamente 3.200 euro a mq per un buco da rifare mi sembrava una richiesta assurda.
2. il giardino di fronte. Avrei potuto seguire i lavori dal balcone, persino controllare che gli operai rispettassero gli orari ed il trasloco sarebbe stato ridotto ai minimi termini, però il Vicino bifido sarebbe rimasto vicino e anzi, avrebbe potuto guardarmi meglio nel piatto della minestra.
3. casa delle suore (quella che sarà B&B). Idem come sopra, ma costava parecchie carriolate di euri in più.
4. appartamento sotto i suoceri. E lì ho fatto le bizze e carte false per escluderla. Non mi sembrava felice come ipotesi di trasloco.
5. rustico a fianco (che mica ho ancora escluso) se non fosse che devo trattare con la megera di cui al punto 1.
6. casa con le persiane rosse. Evidentemente il bigliettino lasciato nella cassetta della posta in cui dicevo, testuale, “amo casa vostra, me la vendete?” non è stato così incisivo.
7. Poggio Radioso, idea non ancora tramontata, ma inizio a perdere la pazienza se ad ogni domanda devo attendere paziente due mesi la risposta. Di questo passo concluderemo per il prossimo secolo.
8. casa in cima alla salita: ne eravamo così entusiasti, ma non era quella la casa in vendita, ahimè. Come al solito avevo capito roma per toma.
Però c’è il fattore “spaiata” da non sottovalutare e che mi permette di essere oltremodo ottimista: sono cocciuta come un mulo e se decido che troverò una sistemazione che ci vada a genio, cascasse il mondo, prima o poi l’avrò vinta.
Ci stiamo attrezzando. Con poca convinzione per la verità, ma lunedì saremo comunque pronti. La base per seguire i mondiali sarà la casa del cat-sitter, dotato di terrazza e di un muro cieco dove posizionare il telone che farà da maxi schermo. Sulla porta d’ingresso c’è l’invito esteso anche ai vicini che firmeranno in caso di presenza aggiungendo a fianco pure l’ordinazione della pizza più gradita. Ognuno si deve portare il necessaire ad una visione comoda: sedia e/o sgabello, maglione considerando il clima ben poco estivo, un gatto di proprietà come scaldotto, vettovaglie di conforto in caso la nazionale faccia pietà. La birra sarà in fresco in cantina al più tardi sabato pomeriggio. I salami sono già stagionati al punto giusto. Non si prevedono discussioni per eventuali schiamazzi coi vicini perché si presume che questi ultimi faranno parte della combriccola vociante. Non abbiamo ancora un piano B in caso di pioggia, ma non dubito ci verrà in mente qualcosa.
Corsa ieri sera. Con le gambe di burro dopo i massaggi e non con la solita Berta, ma con l’uomo in bicicletta a farmi da personal trainer. Si chiacchierava, o meglio, lui lo faceva, io mi limitavo a mugugnare qualcosa col fiatone. In pratica mi ha tirato il collo.
Uomo: però ti piace uscire a correre eh!
Spaiata: si, sto da dio dopo essermi fatta la doccia, mi toglie lo stress della giornata, fumo di meno e posso permettermi di sgarrare con qualche dolce al cioccolato senza sentirmi in colpa.
Uomo: ammazza. Altro?
Spaiata: ah, si, guardarmi il sedere e vederlo sfidare la legge di gravità è una gran soddisfazione.
Uomo: benone, allora si fa un altro chilometro.
Spaiata: ... argh.
Ho due numeri da giocare, me li hanno regalati questa notte. Le volte in cui l’ho sognato le posso contare sulle dita di una mano. Stanotte è stata una di queste. Stavamo pranzando insieme dopo la scuola come abbiamo fatto mille volte. Semplicemente mangiavamo e chiacchieravamo. Noi siam sempre stati bravi in questo, passavamo ore nel cuore della notte a confidarci. E nemmeno stavolta sono riuscita a tenermi qualcosa di segreto. Mi sono svegliata sollevata, convinta che la mia vita fosse finalmente tornata quella di prima quando non c’erano assenze a pesarmi sul cuore. Mi ci è voluto un po’ a tornare alla realtà, ne sono rimasta delusa anche, ma mi piace pensare che sia riuscita comunque a dirgli cose che non ho avuto il tempo. Cose banali come che gli voglio bene, che non passa giorno senza che io pensi a lui. E quei numeri me li gioco al lotto.
L’uomo torna a casa per farsi una doccia prima di un appuntamento. Lo vedo dirigersi soddisfatto in bagno con i prodotti dell’hammam.
Uomo dalla doccia: puoi venireeeeeee?
E la sottoscritta che è bellamente spalmata sul balcone si alza smadonnando. L’uomo mi guarda e mi porge un guanto per fare lo scrub (anche quello omaggio dell’hammam). Il signorino pretende che lo strigli perbene. E che magari gli facessi anche un massaggio.
Spaiata: scordatelo e poi non puoi mica farlo tutti i giorni.
L’uomo si rassegna ad un no deciso non prima di aver fatto un ulteriore richiesta.
Uomo: ah, scusa ma dove sono gli accappatoi candidi e caldi?
Spaiata: ussignur.
E lo guardo allibita guadagnando la strada del balcone prima che se ne esca con qualche altra trovata. L’uomo mi urla dalla doccia che non posso fargli provare i piccoli piaceri della vita e poi rifiutarmi di accontentarlo, che le belle abitudini vanno mantenute. Temo di aver contribuito a cacciarmi in un bel ginepraio. L'hammam crea dipendenza.
Le suorine se ne sono andate da mesi ormai con somma disperazione del Rosso di casa a cui erano abituate far la merenda. Il convento è in vendita, mentre l’ex casa è stata acquistata in questi giorni per farne un bed & breakfast. E la trovo una splendida notizia avendo noi una minicasa, peraltro già abbastanza affollata così. In effetti il fatto di non poter ospitare amici per il fine settimana l'ho sempre considerato un difetto del civico 33, ma ora abbiamo un'alternativa. A ristrutturazione ultimata gli ospiti li sistemeremo nella casa di fronte, dove per chiamarsi basterà una voce dal balcone.
E così siamo stati all’hammam, che ha convinto pure l’uomo partito da casa scettico. Tempo tre secondi che ero nello spogliatoio e già, in mutande e asciugamano, ero in cerca di qualcuno che mi riaprisse l’armadietto chiuso per sbaglio. Armadietto modello a bancomat a parte, siamo state accompagnate in questa sala calda in penombra, sasso e mosaico, con sottofondo di musica e acqua che già ti rilassa. Nell’attesa di entrare in sauna ci siamo bevute litri di thè alla menta seguiti da abbondanti dolcetti alle mandorle discutendo sull’eventualità che la cera dell’extension – sue – potessero sciogliersi (e si, c’è stato qualche cedimento strutturale). Ci hanno fornito una scodellina di pasta di olio d’oliva da spalmarci in sauna sotto un cielo stellato che cambiava colore, solo che la spiegazione sull’uso l’hanno data alla mia amica tedesca che non ha capito una fava, ma ha detto si e una volta dentro, nel dubbio l’abbiamo spalmata ovunque e lì ho rischiato l’osso del collo camminando sul sasso coi piedi unti mentre uscivo a rinfrescarmi. Non ho dubbi, si sono presi cura di noi: una bella strigliata fatta col guanto, mi hanno lavata, un massaggio nell’acqua saponata, maschera per il viso e per i capelli, l’idromassaggio e alle tre, quando non ci vedevo più dalla fame ed ero disposta anche ad addentare un dattero che solitamente detesto, un lunghissimo massaggio a lume di candela (che ti rimette in pace col mondo) prima di rifocillarci con il cuscus. E lì abbiamo ritrovato gli altri rilassati e come nuovi, l’uomo con un sorriso stampato inaspettato. Ne siamo usciti tutti soddisfatti, lisci e profumati come mai ed i futuri sposi fin euforici che poi è quello che conta visto che era il loro regalo di matrimonio da parte nostra. La sottoscritta comunque ha una nuova consapevolezza: sono in grado di schiacciare pisolini ovunque, che sia sul sasso bagnato mentre mi massaggiano con l’acqua saponata o appoggiata al muro come un cavallo o nell’idromassaggio non importa, basta avere un appoggio. Esperienza da ripetere.
Ma, a occhio e croce, con l’aria che tira mi sa che l’unica torta domani saranno le mie mini crostatine alle ciliegie se trovo lo stampo adatto. Se ne sforno circa diecimila mi faccio avanti per il record, già che televisione e notaio si sono scomodati a venire fin qui al lago. E comunque non sono stata io a boicottare l'avvenimento che di lenzuola non ne ho stese.
E così domenica proverò l’hammam, dopo averne parlato benissimo in giro senza averci mai messo piede. L’idea mi è venuta dopo mesi passati a scervellarmi per trovare un regalo di nozze speciale alla dentista e futuro marito. Ma cosa regalare a due che hanno praticamente tutto? L’ho arrangiata con una giornata di relax tra massaggi, maschere, bagno turco e quant’altro necessario a rimettersi in sesto prima della “lunga settimana” e che faccia anche da addio al nubilato/celibato. Noi donne di qua, i signori uomini di là per poi pranzare tutti insieme. Saprò dire se l'entusiasmo è ben riposto.
Verbania è un paese in mobilitazione. Domani tenterà di entrare nel guinness dei primati con la torta più lunga del mondo. Troupe televisive si aggirano per il paesone, le strade del centro saranno chiuse per far posto ad un chilometro e due di torta alla frutta, i pasticceri – tutti – della zona sono già pronti a sguainare i mestoli e mettersi all’opera e i biglietti per aggiudicarsene una fetta già venduti. Meno male che domani è festa che tra transenne, strade chiuse e folla ad assitere arrivare in ufficio, si, che sarebbe stata un’impresa da guinness.
Quando una giornata si presenta dura già sulla carta che hai da spiegare alla genitrice come inviare una mail con allegato, come scaricare le fotografie dalla digitale al portatile, come usare una chiave per trasferire documenti e lei ti si presenta con blocco e penna per prendere appunti lo sarà anche nella pratica. Ci hai preso.