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Avete frugato nei miei calzini *loading* volte

L’uomo tedoforo nel nostro piccolo paesino sopra i monti ha generato scompiglio. Si è fatto le cinque classi delle elementari vestito di tutto punto con la fiaccola in mano a spiegare cos’è un tedoforo, cosa la fiamma olimpica, cosa rappresentano i giochi. Dopo aver ripetuto tutta la storia ai bambini di seconda e risposto a tutte le domande, un bambino commenta: “ma pensa, e io che pensavo tu abitassi dietro casa mia ed invece sei venuto dal Monte Olimpo con la Panda verde. Ci avrai messo una vita!!!”. A quel punto io e la maestra (cat-sitter) eravamo dietro alla lavagna a ridere a crepapanza.
E per la solita legge del contrappasso (che sia maledetto) per essermi concessa un’ora dall’ufficio – in cui ho smadonnato per traffico e strade bloccate, percorso il lungolago avanti e indietro in cerca della postazione giusta, preso le chiamate dell’uomo, perso la voce a furia di urlare ed essermi congelata – le ore che mi aspettano si prevedono dense di lavoro. Ne valeva la pena però per vedere l'uomo così felice in versione tedoforo.
Per la legge del contrappasso se venerdì a causa della nevicata che ha paralizzato tutto il paesone ed i clienti ho avuto del gran tempo libero, oggi invece è un lunedì di super lavoro. In pratica sto restituendo con gli interessi il giro che mi sono concessa a far fotografie.
Un fine settimana di fatica grazie al Comune dove sono residente che, colto del tutto impreparato dalla nevicata, solo venerdì, in serata, ha sguinzagliato uno spazzaneve scalcinato e due omini con una pala di fortuna per il paese a porre rimedio. Del tutto insufficienti, tanto che la nostra via, proprio in fronte alla sede comunale, non è stata compresa in quelle da rendere agibili e così siamo stati costretti a fare da noi: chi con la pala, qualcuno con la scopa, qualche altro con la paletta, a più riprese, ci siamo aperti un sentiero nel metro di neve in modo da permettere a chi abita nella “via di nessuno” almeno di uscire da casa. Noi, gli unici in grado di spostarsi grazie alla Panda 4x4 abbiamo istituito una sorta di servizio taxi a richiesta: abbiamo portato il liutaio a fare provviste, la vicina a comprare una pala, il cat-sitter a fare la visita di controllo, la signora del circolo a prendere il giornale, il postino a consegnare la posta dove non gli era possibile. Ma tutti, tutti, ci siamo scordati le tre suore. Sabato mattina scendo con la scopa per liberare la Spaiatamobile e arriva la signora che consegna loro il pane. Nessuno ha spalato l’immenso parco e la vecchina non è attrezzata per attraversare venti metri di neve alta per la consegna, così, la sottoscritta che era lì in tuta da sci si è fatta tutta la lunghezza del parco a mò di coniglio nella neve, ha eseguito la consegna portando i viveri e atteso la lista della spesa, poi ha convinto l’uomo a spalargli un sentiero per farle uscire dal convento in caso di bisogno. L’uomo avanzava con la pala, io dietro con la paletta per la rifinitura e subito dopo i nostri gatti in ricognizione, le suore, grate, ci aspettavano sulla porta del refettorio col caffè caldo per ringraziarci e un po’ di prosciutto per i gatti.
Ci siamo arresi, per vedere il Calza un pò sfinato attendiamo la comparsa delle lucertole in primavera.
Uomo: secondo te perché dimagrisce strafogandosi di lucertole?
Spaiata: è il metodo “ueituocer” felino.
Uomo: mhm, allora il Calza si deve mangiare un varano.
Panico in città come sulle alture, i cittadini s’interrogano su come affrontare il maltempo. In caso di neve, rinchiudersi in casa fino al disgelo. Calza docet.

Dopo un secondo di tentennamento di fronte a tanto spettacolo, il felino rosso ha fatto dietrofront sedustante per impadronirsi dell'amaca.
Arrivo in ufficio dopo aver dribblato n macchine senza catene, una corriera bloccata e due incidenti ed il geometra non c’è. Normalmente mi trasformerei in Spaiata furibonda, ma lui fa la mia stessa strada e così mi preoccupo. Dopo mezz’ora decido di telefonargli:
Spaiata: ciao, stai bene? Ero preoccupata di non vederti arrivare.
Geometra: si, mi sono fermato in Comune a ritirare il CDU.
Spaiata: pfuii, meno male.
Parole che non avrei mai pensato uscissero dalla mia bocca.
Pigiama, copertino muccato, gatti equamente divisi addosso all’uno e all’altra, Csi Ny in televisione e nevicata fuori dalla finestra. Cosa volere di più. Il passaggio successivo, per rispettare l’andamento della serata, era tisana, spostamento gatti al piano di sotto e piumone. Ma siccome siamo spaiati, il resto della serata è andato in modo del tutto inaspettato. Ci è bastato uno sguardo per capirci: imbaccuccati a dovere nelle nostre tute da sci, presi guanti, cappello, sciarpa, posizionate le pile in testa ed infilate le ciaspole siamo stati in giro tutta la notte per il paese e per i boschi a goderci la nevicata come si deve. Una notte magica, insieme. Alle quattro, di ritorno dalla passeggiata ci siamo fatti un thè caldo e siamo scesi a spalare la neve per permettere alle suore di andare a messa. Dopo un po’ tutto il vicinato era nelle vie a darci una mano e i gatti a dirigere i lavori, mentre spuntava l’alba. Ora marcio a dosi di caffè. Ma una nevicata così meritava la notte in bianco, lo rifarei, ma non nell'immediato. Stasera andrò a letto alle otto, se resisto e non crollo prima.
Le previsioni c’hanno preso e già da ieri è scattato l’allarme. Uno pensa che essendo un posto abituato a nevicate, si sia organizzati. Ci spera, ma sbaglia. Tutto il paese è immobilizzato nella magia di una nevicata come non se ne vedevano da anni. Ed è subito la saga del pirla. Macchine abbandonate di sbiess in mezzo alla strada, gente che gira senza catene, camion non attrezzati che bloccano le vie principali. Scendere dai monti del domicilio 33 è stata un’impresa quanto attraversare i ghiacci del polo Nord e mi ci è voluta più di un’ora e non poche madonne.
Quand’eravamo bambini io e Maurizio avevamo creduto alla pubblicità di quegli occhiali a raggi “ics” che ti fanno vedere sotto i vestiti, nessuno li aveva e noi li desideravamo a tal punto da metter sù un mercatino di giocattoli usati pur di poterli ordinare. Un’estate al risparmio ed in attesa per scoprire che era una sòla e che quei soldi sarebbero stati investiti meglio in calcetto e calippi. Noi, anime candide, ci si è ben guardati dal raccontare la faccenda per non passare da mammalucchi del paese, ma ci è servito da lezione e l'estate dopo sempre a rimpinguare le tasche col mercatino dell'usato, ma per spendere in biglie e Dylan Dog in comproprietà. L'attività discutibile della Marchi non è invece passata sotto silenzio e Striscia con la storiaccia ci marcia e fa pure bene perché un po’ di sputtanamento alla signora e figliola non guasta, tanto per vivere di rendita quando le due torneranno in attività. Perché torneranno in attività. Nel frattempo giù tutti a darle addosso quando dichiara asciugandosi teatralmente i lacrimoni da coccodrilla che lei (e figliola) non hanno mai preso un soldo, checchè ne dicano tutti i testimoni sfilati nell’aula di tribunale in questi mesi. Sarà impressione, ma credo che la Wanna il beneficio del dubbio se lo sia giocato da un pezzo. A rischio di essere impopolare, a prescindere che la Marchi debba pagare se si è presa gioco di povera gente disperata, non so chi delle due parti sia più da biasimare. E' indubbio che una parte di colpa ce l’hanno anche i gonzi che si sono fatti intortare da una che va in video coi capelli arancio carota urlando come un’ossessa. Personalmente da lei non mi fiderei nemmeno a comprare un cespo d'insalata, figuriamoci la felicità. Ma come, tu sei disperato per cose più o meno serie che spaziano da una malattia grave al cesto di corna che ti ha messo tuo marito e credi davvero che un paio di candele, tre nastrini ed un tronchetto di pianta secca spediti per posta possano risolverti le cose? Se ne sei così convinto da pagare anche decine di milioni alla signora che pure ti insulta e ti minaccia senza che ti si accenda il chip “antisòla”, allora te la sei cercata e ti sta bene. Poco importa se non ti è stato dato in dotazione o era temporaneamente in corto.
Una pausa pranzo a pelare carote e patate, bollirle con alloro e aromi, frullarle per ottenerne purè. Buono, ma che a vederlo sembra la pappetta dell’ospedale che invoglia poco. Con cosa servirlo per appagare, oltre al gusto, anche l’occhio?
Ieri è stata una giornata di merda. Da qualunque prospettiva io la guardi. E, accidenti, non corro certo il rischio di essere smentita nemmeno nella giornata odierna.
La dieta del Calza è una punizione per un cuore tenero come il mio. Lui lo sa e se ne approfitta. Mi guarda con i suoi occhioni gialli pietosi modello “non-mi-reggo-sulle-zampe-per-la-fame”, mi si avvicina ronfante mentre sono sul divano guardando la finestrella che dà in cucina come per dire “dai.andiamo.di.là.diamo.fondo.alle.scorte”, quando mi alzo mi viene tra i piedi, si avvia verso le ciotole e si assicura che io lo stia seguendo, staziona davanti allo sportello della dispensa felina emettendo un miao strappalacrime per essere certo che io sappia dov’è lui e dove devo andare io. Un calvario, a tal punto che abbiamo stabilito di tenerlo a dieta stretta ancora per qualche giorno per poi passare ad un regime alimentare un po’ più polposo. Aspettando il ritorno delle lucertole che sfinano come niente altro.
Non si può dire che Calzetta non sia capitato bene. Troppo bene visto il suo profilo panciuto. Da micio spaurito e malconcio chiuso in una gabbia della clinica a re indiscusso di casa nostra insieme alla Ciabattina. Dai primi sei mesi in cui lo abbiamo curato e sfamato ad ora che, troppo in carne e pelliccia, nell’ultima settimana no solo ho dovuto fargli da ascensore per raggiungere il piano alto del tiragraffi, ma mi sono vista costretta a fargli il bidet tutte le sere perché non riusciva a farsi la toeletta a causa dell'insuperabile panza a fargli da ostacolo. Dopodiché l’ho messo a dieta, nonostante il veterinario dica che non è necessario. Via i crocchini dalla ciotola ad una certa ora, pappa ad orari prestabiliti, veto assoluto alle suore di dargli il prosciutto ed al cat-sitter di passargli sottobanco la carnina macinata ed il metodo drastico sembra funzionare: si è sfinato appena appena , quel tanto che basta per raggiungere l’amaca da solo e da solo provvedere al bidet. Quando ce vò, ce vò.
Così inteso letteralmente. Della serie “mai più senza”: ho scoperto per caso che la macchina per il caffè dell’ufficio riesce anche a scaldare una tazza di thè con il beccuccio per il vapore. Anche se l’operazione richiede più dei due minuti che ci impiega per il caffè, mi sono portata da casa una tazza, qualche bustina del mio thè preferito e vado avanti a farmi tazze bollenti per scaldarmi quando torno da fuori con le commissioni fatte. Un sollievo. E già no riesco ad immaginare la mia vita lavorativa senza una tazza fumante accanto al computer.
Ho scoperto in ritardo il sudoku. Mi piace. Da matti, anche. Lo faccio a penna. Specie quando l’uomo guarda programmi i suoi improponibili sulla pesca o le partite. Ieri pomeriggio dalla porta spunta un sudoku elettronico. Poi il fidanzato, che si è pure preoccupato di procurarmi le pile. Ne sono entusiasta, poi un dubbio.
Spaiata: ma stasera non ci sono partite.
Uomo: no, ma ci saranno prima o poi.
Per curiosità ho sfogliato il giornale dei programmi. Beccato in castagna: col milione di giochi possibili pensava di tenermi buona e occupata durante la partita di giovedì, la sera in cui c’è pure CSI NY. L'uomo è cresciuto a pane e volpe per colazione.
Mentre il mondo mi aspetta, dove per mondo s’intende l’ufficio in piena emergenza, una cliente, l’uomo, mia madre e perfino mia nonna per consegnarmi una bottiglia di minestrone, io sono buttata su un divanetto con un numerino in mano. E’ il mio turno, ma tocca aspettare che la signora si finisca il caffè con le colleghe. Poi dicono che ad andare negli uffici pubblici uno s’innervosisce, eccerto, la mia pausa caffè non la faccio dopo cinque minuti che lo studio è aperto e nemmeno dura venti minuti. In quei venti minuti lì sono in grado di fare un pranzo completo, lavarmi i denti e mettere pure a posto un pò casa se sono di fretta.
Ho l’iscrizione all’albo degli agenti immobiliari nel cassetto. Era una brillante idea del commercialista che mi ha fatto seguire un corso di tre mesi (tutte le sere dalle 19 alle 22), superare brillantemente gli esami (scritto e orale) per poi dirmi che non era compatibile con la mia partita iva. A conti fatti non mi dispiace perché come agente immobiliare faccio schifo: non mi riesce di descrivere al meglio una casa che ai miei occhi è una catapecchia ed il cliente me lo legge in faccia, se dovesse chiedermi a bruciapelo nel corso della visita se io la comprerei, per istinto direi la verità, lì su due piedi, senza alcun filtro. Con questi presupposti meglio che la sottoscritta si occupi della parte dei cantieri, a me più congeniale. Ma l’esperienza che mi faccio ogni giorno serve comunque ad orientarsi nella selva di annunci infiocchettati dalle altre agenzie. Se una casa indipendente, appena ristrutturata, con giardino, vista lago e accesso diretto alla spiaggia costa quanto un appartamento un motivo c’è, solo che dalla fotografia, scattata ad arte, non si vede: è in mezzo a due strade a velocità sostenuta ed a traffico intenso. In pratica devi fare attenzione a mettere il naso fuori da casa se ci tieni alla buccia.
Quando sono depressa l’unica attività che mi rinfranchi davvero è aprire la valigetta superaccessoriata, estrarre il trapano di cui vado orgogliosa ed usarlo a vanvera. Vivaddio è difficile che la sottoscritta sia depressa, il più delle volte sono semplicemente abbacchiata, nulla che una tavoletta di cioccolato amaro non possa risolvere. Quando il fiorista mi ha piantata, lì si, avevo il morale rasoterra a livello pantofola ed il trapano si è rivelato una terapia perfetta. Comparvero mensole alle pareti, le stesse che stazionavano in ingresso da mesi, la libreria della kartell, una scarpiera tagliata, assemblata e verniciata dalla sottoscritta. Non solo, smontai la cucina e la riverniciai, come le piastrelle ed il bagno. La mansarda cambiò faccia ed io umore. Anche al domicilio 33, quadri, foto, mensole, attaccapanni hanno dovuto attendere che io avessi un periodaccio per trovare una collocazione ed il trapano stava lì pronto all’evenienza. Per intenderci, lo tengo nel comodino, che sia sempre a portata di mano. Anche se stavolta sembra non funzionare e la voglia di mandare con la grazia di un brontosauro tutti, o quasi, al diavolo è tanta. Troppa per essere tenuta sotto controllo con un paio di buchi nel muro.
La cosa bella di avere una telecamera che punta la porta d’entrata in ufficio e la trasmette in ogni stanza è che posso fare gestacci al geometra quando non mi risponde solo sporgendomi un po’ dalla scrivania senza dover fare le scale, dopo, chissà com’è, alza il telefono al primo squillo.
Il tavolo che abbiamo l’ho preso all’ikea anni fa ed è durato pure troppo considerato che l’ho montato da sola brevettando un avvitatore faidate che consisteva nell’incastrare un cacciavite al posto della punta del trapano. Ai tempi ero single e m'ingegnavo per cavarmela da sola col minimo sforzo. Nella fregola da minitrasloco con cui ho coinvolto uomo e gatti che mi vedono spostare di qua, spingere di là e cambiare ubicazione ai mobili quando meno se lo aspettano, ho deciso, ad insindacabile giudizio della sottoscritta, che il tavolo è da cambiare. Contemporaneamente sono spariti tutti i metri che avevo in dotazione per le misurazioni del caso. Coincidenza?
La sottoscritta paga il canone. Di malavoglia, ma lo paga. Mentre ero immersa nei vapori di una vasca di acqua calda all’aperto, piacere questo completamente gratis, a Domenica in succedeva un pandemonio. Ben contenta di essermelo perso, ma mi girano comunque i maroni. Come ogni anno in questo periodo, non è una novità. Sarebbe anche per sovvenzionare il siparietto domenicale del Zequila mesciato che minaccia di morte Pappalardo con la vena sul collo lì lì per esplodere, con contorno di parolacce in fascia protetta, che la Rai mi chiede 99, oo euro e spicci? A me sarebbe passata la poesia di pagarlo quest’anno e la sceneggiata dei due è l'ennesimo ottimo motivo.
Quello che non ti uccide, ti fortifica. Cinque ore di sci, una gita in motoslitta, polenta e cervo accompagnato da ottimo vino rosso, dolce, caffè, ammazza caffè, passeggiata digestiva sulla neve per tornare alle macchine dall’agriturismo in mezzo al bosco. Poteva bastare, ma non volevamo farci mancare niente e quindi ci siamo fermati anche alla fonte di acqua calda. Due vasconi dove scorre acqua calda naturale in mezzo ad un bosco. Gratis e che in pochi riescono a trovare seguendo il sentiero. Tempo di spogliarci da giacche a vento, pile e calzamaglia che ci eravamo tuffati. La parte facile. Perché il difficile è uscirne con 5/6 gradi fuori, tant’è che oggi ho il raffreddore, ma di contro, ho anche un buon umore incontenibile.
Giulia è una bambina di tre anni, figlia della mia dentista. L’uomo sostiene che vado così d’accordo con lei perché ci entusiasmiamo entrambe delle stesse cose. Per tutta la strada, felici di andare a sciare, abbiamo cantato le canzoni di Madonna facendo una capoccia tanta ai suoi genitori e all’uomo, che meditava di strozzarmi pur di mettere fine allo strazio. Quando, dopo ore di sciate, la motoslitta ci è venuta a prendere per portarci all’agriturismo nel bosco sempre noi due ridevamo come matte all’idea di viaggiare in carrozzella per andare ad ingozzarci di polenta e cervo. Giulia vuole che da domani io vada all’asilo con lei per farmi vedere come si gioca seriamente e senza quei barbosi dei grandi appresso.
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Per la cronaca: lo scopo della gita era di insegnare alla bambina a sciare. Obiettivo perfettamente riuscito. Suo papà, senza sci, ma con una macchina fotografica da urlo, era l’addetto skilift che la spingeva in cima al falsopiano, nonché fotografo ufficiale dell’evento. Alla sua mamma il compito di incoraggiarla sia in tedesco che in italiano e farle vedere come muoversi precedendola. All’uomo il dovere di prenderla in fondo alla discesa quando prendeva velocità e di darle i primi rudimenti. La sottoscritta invece le dava lo spintone iniziale per farla partire e le scendeva accanto. Agli occhi degli altri genitori lì per lo stesso motivo siamo sembrati un gruppo di squinternati, ma la “nostra” bambina alla fine della giornata sciava da sola, tenuta d’occhio a debita distanza, e si è divertita un mondo. Son soddisfazioni.
Un tranquillo sabato di paura per il rosso (ma anche per il veterinario) di casa che ha inaspettatamente ricevuto visite. Stanchi di infilarlo a forza in un trasportino troppo stretto, mentre si dimena come un anguilla, di sorbirci le sue lamentele con vomitino di circostanza durante il tragitto in macchina e di subire i tentativi di fuga ogni volta che riconosce la clinica, stavolta abbiamo pensato di giocare sull’effetto sorpresa per la vaccinazione. Che se non è Calzetta che va dal veterinario, è il veterinario ad andare da Calzetta. Così è stato e, nonostante il lusso di una visita a domicilio, non ha comunque gradito: ha timbrato il veterinario come prima cosa, giusto per mettere in chiaro chi comanda e poi si è nascosto dietro al divano convinto di essere al sicuro. Noi il divano l’abbiamo smontato pezzo per pezzo ed ha ceduto le armi solo quando in due lo tenevamo, mentre quel santo del veterinario con una mano gli faceva la puntura e con l’altra gli sventolava sotto il naso uno stick. In tutto questo la Ciabattina si è appollaiata sulla spalla del veterinario come un pappagallo per controllare gli eventi. Ma due gatti normali no?!
Mi risulta impensabile spalmarmi di alghe e fango del Mar Morto, arrotolarmi con la pellicola come fossi una coscetta di pollo da ritirare in frigo e andarmene a dormire così conciata. E poi, diciamocelo, se fossi un uomo e la mia donna mi si infila nel letto infagottata nel domopack, non solo l’eventuale ormone in subbuglio ne verrebbe tramortito a tempo indeterminato, ma come minimo chiederei la separazione dei letti. Che già fatico a credere che l’uomo (il mio) tolleri le calze da notte della sottoscritta in inverno. E parlo con cognizione di causa, mica no. Da due notti divido il letto con un uomo di argilla e ne avremo per almeno una settimana. Per carità, fa parte della riabilitazione spalmarsi il ginocchio di argilla verde e tenerla in posa per tutta la notte, ma la cosa mi è insopportabile. Allungo una mano rintronata dal sonno e accarezzo non pelle, ma pellicola, pure scricchiolante. Quando va bene, perché quando va male la gatta a smontato l’involucro che impedisce all’argilla di spantegarsi e mi ritrovo argilla ovunque. Stamattina sembravo un sioux con i segni propiziatori della caccia in faccia.
Questo post ha un unico scopo manifesto, far rosicare chi non ha mai avuto gatti rossi di proprietà. La sottoscritta ne ha uno, com’è noto, e la fila fuori dalla porta in attesa di adozione.
Gatto n°1 (Calzetta): maschio, tipico felino rosso di proprietà, pasciuto e panciuto, di forma spanciata, segni particolari: striature verticali ed anelli sulla coda rotta.

Gatto n°2 (Scarpa): maschio, felino randagio dentro, in linea causa dieta forzata, insistente ed invadente, segni particolari: striature a cerchi concentrici e muso da cattivo (quando non c’è l’ha affondato nella ciotola di fortuna).

Gatto n°3 (Stringa): femmina, elegante e sinuosa, di carattere dolce, gioca volentieri, segni particolari: muso da buona e striature tonde.

Gatto n°4 (Suola): maschio, tipico felino rosso di proprietà altrui di passaggio, ben nutrito, segni particolari: striature verticali ed anelli sulla coda.

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Da 1 a 10, Vì, ora quanto rosichi?
Ora, non so se è Tigrazza che c’è l’ha tirata ipotizzando in un commento l’arrivo di altri gatti in casa spaiata o se sia la piastrella turca della famiglia Mignolo col Prof con effetti che si propagano anche alle famiglie adottive dei loro gatti, ma di fatto è comparso l’ennesimo gatto rosso fuori dalla nostra porta. Il quarto, che chiameremo Suola per comodità. Il fatto che i gatti rossi fuori dal nostro domicilio si moltiplicano come pani e pesci è da arginare. Per l’equilibrio mentale della superiora, nostra vicina, che ormai è convinta di vederci doppio, triplo, ecc a seconda dei felini che mi aspettano nel piazzale, ma soprattutto perché la fila che mi tallona tornando a casa si fa lunga. Riassumendo: sempre in prima fila la Ciabattina, l’unica di colore diverso, in seconda posizione Calzetta, il gatto di proprietà, col muso da buono e la linea inconfondibile da parallelepipedo, subito dopo Stringa, snella e dal musetto dolce, poi quell’insistente di Scarpa che non fa che miagolare col muso da duro, ultimo arrivato Suola, parallelepipedo anche lui, ma di un rosso più chiaro. Il ritorno a casa incomincia a farsi impegnativo.
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Nel dubbio: Chiara nascondi la piastrella della profezia felina, ti prego ;)
La scrivania della sottoscritta è sistemata sotto la scala e pur rischiando di spaccarmi la testa ogni volta che mi alzo sono riuscita a rimanere incolume sino ad ora. La scrivania della sottoscritta è al piano terra e proprio davanti alla porta d’ingresso, in pratica si gela. Da anni, infagottata in inverno come fossi al polo Nord, vado chiedendo di tenere chiuse le porte degli altri uffici al piano di sopra in modo che un briciolo di tepore rimanga anche per me. Da anni mi dicono “si, si” e poi lasciano tutto spalancato. Ormai ci ho rinunciato e di nascosto m’infilo i guantini per scaldarmi le estremità assiderate. Salgo le scale per ritirare un progetto appena depositato, ho la testa altrove e mi spalmo contro una porta chiusa. Ero talmente convinta di non avere ostacoli di fronte a me che l’ho scardinata e mi ritrovo con un bozzo sulla capoccia. Il geometra, sempre lui, ha deciso di accontentarmi proprio oggi. Quando si dice a sorpresa.
La moda non la seguo. Perché non la capisco. Così finisco per comprare solo quello che mi piace davvero. Stranezze comprese. E se poi sono di moda bene, se non lo sono bene lo stesso. Quando mi capita di avere per le mani gli “speciali sfilate” faccio il gioco del “se avessi secchiate di soldi da scialacquare, cosa mi comprerei?” e sfogliando arrivo all’ultima pagina senza aver scelto qualcosa nemmeno per finta - salvo qualche fatale sporadico innamoramento. Che poi gli stilisti hanno un che di squinternato. Pensateci. Vorrebbero donne scollate e senza calze d’inverno, in costume e pelliccia d’estate. Sarà pur vero che non ci sono più le mezze stagioni, ma l’inverno e l’estate resistono e qui quando fa freddo, fa freddo senza scherzare. Mi ci vedo attraversare gennaio e febbraio con ai piedi solo un paio di sandaletti e una pedicure ben fatta. Roba da rimanerci secca e a letto infagottata nella canottiera della salute lana fuori e doppio strato di piumino dentro per i mesi dell’anno che restano.
A casa spaiata sono sbarcati il genitore (quello vero) e compagna in visita. L’uomo che per istinto quando lo sente nominare si dà alla fuga, stavolta non ha potuto far altro che buttarla su una conversazione innocua: gatti e case. A vederlo parlare con mio padre che gli dava ragione su tutti i fronti e la moglie che sentenziava che i due son proprio uguali a me è venuto un brivido freddo. Possibile?
E trova il gatto che non è di proprietà.
Stamattina la linea telefonica si è fatta rovente grazie ad un articolo del giornale locale che nella lista dei tedofori si è dimenticato l’uomo, che furibondo ha spento il telefono e tutti a chiedere conferme alla sottoscritta che il diretto interessato si è reso irreperibile. Perché di fatto, il 31 non c’è uno dei nostri amici e conoscenti che lavora, siamo tutti in ferie per vederlo sfilare con la torcia. Un minicomitato organizzato: abbiamo un orario di ritrovo, un bar di riferimento, 400 metri in cui sparpagliarci, una mappa con il dislocamento dei repoter, persino il massaggiatore (in caso) e colui che si occupa della riabilitazione post stampelle sarà dei nostri. In pratica non ci manca niente e siamo piuttosto numerosi, così alla quindicesima telefonata, ipotizzando che non sarebbe stata l’ultima, ho inviato una mail direttamente al giornalista e gli ho fatto notare la svista pregandolo di provvedere ad aggiornare l’elenco per salvaguardare la mia sanità mentale al lavoro. Tempo zero il giornalista ha richiamato e ho fatto l’intervista per nome e conto dell’uomo che era sempre con il telefono spento. Da mercoledì prossimo tutti quelli che hanno preso ferie dovrebbero essere tranquillizzati.
A pranzo sono arrivata davanti alla porta con tre gatti rossi che mi tallonavano: il rosso di proprietà, Calzetta, Scarpa che ha preferito noi piuttosto che la famiglia adottiva, Stringa che ormai cammina fianco a fianco col suo innamorato. La suora preoccupata, vedendomi passare con la corte, mi ha chiesto se ne vedevo anch’io tre o se soffriva di allucinazioni. E la Ciabatta non sapeva bene quale gatto rosso accogliere con dispetti e lappate. Non solo, Stringa, oltre a chiamarlo sotto casa, si arrampica pure ad altezza balcone sulla palma di fronte per vedere se l’innamorato c’è e/o per farsi notare.
Del fatto che non ho dormito come si deve si è detto e la cosa di per sé influenza lo spaiato self-control. Del perché c’ho le madonne di traverso si fa presto a spiegarlo, ma è una cosa barbosissima di lavoro, meglio, di come fare un lavoro - versione secondo me e versione secondo il capo - e passo. Rimangono le paturnie persistenti. Nel periodo a.c.c. (ante carta di credito) l’avrei smaltita buttandomi nell’archivio a sniffare polvere d’annata facendo ordine, ma siccome da giugno sono la scellerata proprietaria di una carta di credito, avrei pure deciso di surriscaldarla nel negozio di scarpe “in” del centro. Quello della craniata, per intenderci. Ed invece no, no e no, non posso nemmeno dilapidare il gruzzolo natalizio in santa pace, che non significa che abbia desistito dall’incosciente piano, ma che il capo mi abbia messo a sedere accanto a lui per fare quel lavoro, versione secondo lui. Dù palle così.
Mia madre mi ha sbattuto in faccia la sua superiorità indiscussa ai fornelli. Lo stomaco tutt’ora ringrazia, il fidanzato si è sbafato di gusto anche gli avanzi, mentre il mio ego da principiante ne è uscito parecchio malconcio (anche se so che il menù è stato studiato al dettaglio per rispondere ai miei gusti), ma, tuttavia, nutro grandi speranze. Me ne stavo lì con la bava alla bocca ed il bicchiere di prosecco, pronta a brindare ai miei 31 anni di fronte a salmone affumicato in casa, tortino di branzino con riso, zucchine e code di gambero saltati, aragoste e scamponi da affogare in due differenti maionesi fatte da mammà, quando ho avuto un’illuminazione. Mia madre non è sempre stata la gran cuoca di ora, no, anche se tutti taciamo sui suoi trascorsi : ricordo perfettamente , e senza il rischio di essere smentita, che nei primi dieci anni di vita ho mangiato delle gran patate lesse accompagnate da scatolette di tonno aperte al momento, poi, un giorno, di punto in bianco, se ne esce con un arrosto in crosta caramellata e lascia basita il resto della famiglia. Aveva all’incirca 32 anni. Quindi, fatti i conti e puntando su un dna molto simile, l’anno prossimo mi sveglio al 9 gennaio e Wilma De Angelis mi farà un baffo. Con la sola imposizione del mestolo preparerò alla perfezione ognibendidio. O almeno questa è la speranza. Altrimenti solita sbobba ad oltranza.
Stanotte a casa nostra non si è dormito. La Ciabattina aveva voglia di giocare così ci depositava il suo topo sul piumone per farselo lanciare manco fosse un cane da riporto. Ed il Calza mi è innamorato come una pera: la sua fidanzata viene sotto la nostra finestra a chiamarlo e lui non capisce più niente, deve a tutti i costi andare a passeggiare al chiaro di luna.
Ci sono colpi di fulmini che fatichi ad arginare. Quelli che mi colpiscono sono solitamente tanto fulminei quanto inspiegabili. Vado a periodi. Di umore, come nei gusti. Questo è quello di Madonna. Se alla radio passa “hung up” io ballo, a prescindere se quello che sto facendo è più o meno urgente. E siccome Susan, la mia dentista, ha intuito l’andazzo da capodanno, sabato mi ha regalato il cd – confessions on a dance floor. Ed io mi sono innamorata delle scarpe che Madonna indossa in copertina (e nel video). Che non corrispondono esattamente ad un paio che io comprerei, ma che adoro. Alte, fucsia, luccicose, con la fibbia sulla caviglia, assolutamente importabili da una persona normale che di cognome non fa Ciccone. E se non avessi la certezza che siano soldi buttati mi metterei a cercarle, mica per metterle, ma per rimirarmele ogni tanto nella scarpiera. Che non avrei mai il coraggio di uscirne dal civico 33 con quelle ai piedi. Farle passare per ciabatte mi sembra improponibile.
Casa Spaiata è diventato un centro accoglienza e smistamento gatti rossi. Scarpa, il gattone rosso, che se ne stava sempre nei paraggi di casa nostra e che ormai rispondeva al nostro fischio ha trovato casa grazie a noi. Le nostre due iene lo frequentavano, ma si opponevano all’adozione. Ora ha una casa calda, una padrona amorevole, due gatte ed un giardino per scorazzare. Via lui è arrivata Stringa, sempre rossa, elegante felino di cui il Calza si è innamorato. Sono sempre insieme e anche lei ha preso la strada di casa nostra. Per ora entra solo nell’ingresso e nessuno fa una piega. Non escludo che presto avremo un terzo gatto visto come procedono i rapporti felini.
L’arrivo a Milano di sabato per passare una giornata con la cugina è stato del tutto fortuito. Messo in pericolo da un paio di semafori rossi, da un uomo col cappello e dalla bigliettaia, simpatica quanto una spina nel sedere, che si è messa in pausa caffè proprio quando la sottoscritta doveva fare il biglietto. Sfatta, col fiatone ed infreddolita finalmente conquisto un posto sull’interregionale, ma corro il serio rischio di assideramento visto che il riscaldamento delle carrozze in pieno inverno non è poi così scontato. Tralasciando la sagra della frase fatta ed il festival del luogo comune dei miei vicini, per tornare in temperatura mi ci è voluto un cappuccino bollente e un giro a pieno regime e programmato dei negozi.
Atipica, perchè a colpirmi non sono stati i saldi, ma ben altro. Guardando un paio di scarpe che mi piacevano parecchio ed essendo cieca quanto una talpa mi sono avvicinata alla vetrina. Troppo. Ho preso una craniata sul vetro provocando sbigottimento prima e ilarità dopo all’interno del negozio. Quando si dice fashion victim.
I felini di casa sono del tipo “ tu mi concedi un dito, io mi prendo di diritto un braccio a grandi zampate”. E per farlo contano molto sul fattore distrazione e la sottoscritta lo è di nascita. Si travestono da accessori per l'inverno credendo di farmi fessa. Il rosso appena mi cala la palpebra sul divano sotto il copertino muccato approfitta per usarmi come materasso. Mi si piazza a mò di sciarpina e lì rimane fino a che non rischio il soffocamento. Evento che con un gatto di sei chili addosso impellicciato per l’inverno non è poi da escludere. La Ciabattina invece aspetta che io mi sistemi per bene sotto le coperte che subito strisciando come un leone a caccia nella savana mi prende a zampate leggere il naso col fusometro acceso per avere le coccole pre-nanna e poi mi si sistema a colbacco sulla capoccia.
Abbiamo appena acquistato un vecchia fabbrica in centro da trasformare in appartamenti. La trattativa con la proprietaria è stata lunga ed estenuante ed ora che siamo al dunque la signora, bizzarra ma che a me fa tanta simpatia, si è messa in cerca di un appartamentino “come dice lei”, il che equivale ad averla in ufficio un giorno si ed un giorno si. Ormai noi si chiacchiera.
Spaiata: bhà, non riesco a stare ferma, fosse per me farei un trasloco ogni due anni, in mancanza sposto e cambio mobili, ritinteggio.
S.B.: oh, anch’io, ma stavolta cerco perbene e da lì non mi sposto più.
Spaiata: già, ho fatto una lista delle 10 caratteristiche che deve avere la prossima casa. Per prenderla in considerazione deve almeno arrivare a 8/9 su 10 e alcune non sono rivedibili.
S.B. ammirata: ma tu sei tignosetta come me!!!
Tignosetta ci sarai te, la sottoscritta è semplicemente sognatrice, spera sempre che esista da qualche parte e non vuole saperne di accontentarsi. Per ora. Comunque la signora mi ha chiesto incuriosita la lista e offerto un caffè.
La settimana di tournè per il compleanno è più stancante della maratona delle feste. Dopo la cena con il fidanzato, quella con la Berta e l’altra con l’amica ventennale, mancano quella a base di pesce con i miei stasera, la giornata con la cugina a Milano e la cena con gli amici. E da domenica ramadam che sto lievitando come un panettone.
La mia giornata ideale? Comincerebbe con Gary Sinise – e quell’aria da ragazzaccio - che bussa alla mia porta. Meglio senza il kit del perfetto uomo della scientifica visto che fa parte del cast CSI – NY. Con sommo gaudio della sottoscritta tra l’altro che per stasera, nell’ordine, ordinerà cinese e in pausa pranzo ha già tolto le pile del telecomando per evitare che all’uomo venga in mente di cambiare canale (poi sarei costretta ad eliminarlo durante la pubblicità). Che quelle caciotte del Ris, non si possono guardare senza farsi saltare i nervi.
Che ore sono? le canottieri e tre metri.
In mansarda avevo un orologio appeso sopra la porta, sistemato strategicamente per tenere d’occhio l’ora uscendo dalla camera, fermandomi a bere il caffè o entrando in bagno. Essenziale per controllare in ogni minuto con quanto ritardo sarei riuscita ad uscire di casa per andare al lavoro e stimare la velocità di crociera della spaiatamobile. L’ho perso nel trasloco seppure le sue dimensioni fossero notevoli e la sua dipartita non è mai stata somatizzata a tal punto che, dopo due anni, non ne ho ancora ricomprato uno che lo rimpiazzi. Ora mi affido ciecamente al traghetto. Se guardo fuori dalla finestra dopo aver fatto colazione ed il traghetto è ad altezza “canottieri” sono perfettamente in orario, se l’ha superata sono decisamente in ritardo, il tutto sta a stabilire in che misura valutando gli altri punti fissi che ho scelto. Un metodo meno scientifico certo, improvvisato sicuramente, ma molto più spaiato che avere un orologio a portata di mano.
Che mattinata ragazzi.
Una delle idee più carine a cui mi è capitato di aderire. Fa allegria pensare che una persona sconosciuta riceverà le ghiottonerie che hai scelto con cura infiocchettate in un pacchetto confezionato con le tue mani sante. Ed altrettanto aver da tenere sotto controllo la cassetta della posta ogni giorno perché un pacchettino deve - dovrebbe - arrivare anche a te. Ne sono stata entusiasta da subito, ma del pacchetto a me destinato niente. Passata la befana, passato l’entusiasmo ed ho smesso di guardare speranzosa nella cassetta. E il pacchetto è arrivato ieri col corriere a mezzogiorno, giusto in tempo per aprirlo e farne fuori le prelibatezze per pranzo. Grazie ad Antonio, il mittente (non più) segreto. E anche a Fiordizucca che si è data tanto da fare per rintracciare il pacchetto ritardatario.
Nonostante l’universo, tutto, ci rifili sempre la magagna dell’ultimo minuto sottoforma di sciagura lavorativa o fornitore molesto ogni volta che dobbiamo vederci, stasera, fregandocene allegramente, avremo la nostra cena di compleanno che non è mica facile ritagliarci un po’ di tempo per noi due sole. Fabiola ed io abbiamo fatto lo stesso liceo, ma in classi diverse, però il temibile preside si chiede ancora come facessimo a stare sempre insieme nonostante le sezioni fossero situate agli opposti dell’edificio. Con lei a 16 anni sono stata mandata tre settimane in Irlanda ospite di una famiglia che ci ha tenuto alla fame per tutta la nostra permanenza. Per la cronaca l’inglese non l’abbiamo perfezionato al College, ma dentro ai pub, cantando ‘o sole mio su Regent Street e parlando sdraiate nell’erba nel roseto dietro al collegio. Poi ci sono stati Ibiza di cui si potrebbe parlare a lungo, un anno di convivenza a Milano in un loft e due lavorando il venerdì ed il sabato nello stesso locale, un capodanno lavorativo dove abbiamo girato un video festaiolo che ogni tanto ancora guardiamo ridendo. La nostra coppia ha reso leggendari i party in piscina ad invito quando i miei mi lasciavano a casa da sola ad agosto raccomandandosi sempre di non fare niente che loro non avrebbero fatto. Chissà se mia madre rompendo la lavastoviglie l’avrebbe smontata e rimontata eliminando i pezzi in esubero e riuscendo miracolosamente a farla funzionare per altri sei mesi. Noi si, in un raptus creativo. Ci siamo scambiate secchiate di fiducia, pacche di consolazione, vestiti ed un fidanzato. In pratica siamo cresciute insieme ed ora che lo siamo riusciamo poco a vederci causa lontananza. E da ultimo abbiamo scoperto che non sono certo 100 km a rendere un’amicizia meno solida, ci basta trovarci sullo stesso divano e dire una parola che l’altra capisce al volo. Stasera. Vent’anni ci han rodate per bene.
Il condominio fa l’uomo ( e il gatto) rissosi. Sotto la dimostrazione: zuffa felina per aggiudicarsi le comodità di un lussuosissimo attico (amaca) da cui dominare il territorio.

Stabilita la proprietà ed i millesimi di competenza, la sfrattata decide di rendere la vita impossibile al condòmino rosso, organizzando party al piano di sotto e adoperandosi in ogni azione che gli arrechi disturbo.
(continua...)
C’è il garage con accesso diretto e collegamento con il piano terra comune, il primo piano con balcone vista lago e attico mansardato. E no, non è la bifamiliare dei miei sogni, ma il nuovo condominio felino, idea geniale dell’uomo. Dopo mesi che va dicendo che il civico 33 è troppo piccolo per noi, mai mi sarei aspettata che di ritorno dal “paradiso del gatto” oltre ai crocchini e scatolette varie portasse a casa questo catafalco. Decisione che mi ha fatto partire le madonne visto che mi guardo in giro per la sala ed il tiragraffi occupa gran parte dello spazio disponibile. Ma i mici hanno gradito ed abbiamo passato la serata ad osservarli prendere confidenza con la nuova casa prima e a gattozuffe condominiali per accaparrarsi il piano mansardato (amaca) dopo. Uno spettacolo.
Uno degli acquisti più sensati degli ultimi tempi è il “cassone” che ancora aspetta di essere verniciato e riportato all’antico splendore (da agosto), ma che fin da subito ha svolto egregiamente la sue funzioni di tavolino a vista e di togliermi il disordine da torno. Basta aprirlo, buttarci dentro quello che mi dà noia e richiuderlo senza preoccuparsene troppo. Meglio di una colf. Anche se prima o poi dovrò aprirlo per più dei venti secondi necessari a stiparlo di ogni baracca e metterci mano per liberarlo.
All’alba del 31 mattina, due loschi figuri scivoleranno per le vie del paese stringendosi nelle loro giacche a vento. Uno in direzione scuole, l’altra verso il lungolago, macchina digitale alla mano, per trovare un posto strategico da dove fotografare. Uno sarà agitatissimo ed emozionato, l’altra arruffata che all’alba di pettinarsi non se ne parla. Perché ci siamo, è arrivata la convocazione. Però dico, un orario un po’ più cristiano per fargli portare la torcia olimpica no? Un fatto ormai dato per scontato è che nei suoi 400 mt ci sarà la calca di parenti, amici, conoscenti, compagni di corsa, cariche pubbliche del minipaese dove siamo residenti. Per fargli una fotografia dovrò prima procedere modello panzer per aprirmi un varco nella folla e poi farmi largo a gomitate ad altezza gengive, in vero spirito olimpico.
Impossibile guardare un gatto che dorme e sentirsi nervosi. (Jane Pauley).

e allora siesta!
Leggere le istruzioni non rientra nella filosofia spaiata. Nemmeno quando sarebbe opportuno farlo. Nemmeno quando hai appena avuto la dimostrazione che se leggi le istruzioni – che hanno un motivo di esistere – il robot funziona, mentre se vai ad istinto e lo monti secondo un tuo metodo spaiato il robot non funziona. Forte della dimostrazione dell’uomo ora so come metterlo in moto. Penso di saperlo anzi e compro tutti gli ingredienti per una cenetta di compleanno per noi due soli. In cucina, mentre lui mi sta raccontando della prima giornata di lavoro, la sottoscritta versa gli ingredienti nel robot e smadonna.
Spaiata: ma porc…. , vedi? Vedi? Stavolta il coperchio è a posto!!!
Uomo: si, certo, ma magari se attacchi la spina…
Io e questo robot non ci intendiamo. Farà una brutta fine, lo sento.
Quando l’infermiera mi ha messa per la prima volta in braccio a mia madre con i miei miseri due chili e tre ero tutta mani e femmina. La leggenda narra che non solo sono stata Matteo fino all’ultimo, ma che il primo commento della genitrice sia stato: “ussignur che artigli”. Crescendo mi sono rimaste le mani affusolate, da pianista, diceva la nonna paterna. Ed il fidanzato ha pensato di proteggerle regalandomi un paio di guanti da sci con la valvola per riscaldarli se necessario, un po’ grandi perché della mia misura da bambino così non li fanno. E mi son piaciuti da morire, tanto che l’ho trascinato sulla neve per provarli e li ho messi e tolti tutto il giorno, riscaldandoli a vanvera, mentre l’uomo sudava freddo col timore che perdessi il secondo regalo che ci aveva infilato dentro. Ora ho le estremità al caldo e un artiglio che sbrilluccica con un gingillo che vale per ieri, oggi, domani. Ah, ho anche un’orecchio sdrucito per un ruzzolone non programmato come il giro al pronto soccorso subito dopo. Giusto per movimentare la giornata.
Uno dei regali ricevuti è il ritorno al lavoro dello stampellato con recupero di ritmi mattutini a me congeniali: silenzio assoluto e nessuno tra i piedi. Ritmi di cui mi ero dimenticata dal 24 novembre. E da allora ad oggi, un mese e mezzo, lo stampellato si è ridotto a lavare i panni da lavoro solo ieri sera. Per tempo, direi. Mi consolo, lui rimanda peggio di me.
E anche la Ciabattina è stata battezzata, dimostrandoci di essersi conformata agli usi e costumi felini della famiglia. Sabato. Sulla porta di casa, pronti per uscire, fischiamo per richiamare i gatti al civico 33. Spunta Calzetta che affretta il passo per il richiamo della ciotola, ma la Ciabattina no ed è strano che solito è lei, non allontanandosi mai troppo, ad entrare per prima. Faccio un giro del quartiere e ad ogni fischio corrisponde un “miauu” lontano, ma inconfondibile. Apro i garage sempre accostati, avvicino l’orecchio alla porta del vicino, provo nelle cantine, finchè non vengo colta dal sospetto che sia stata chiusa dalle suore da qualche parte, come già lo fu Calzetta per cinque giorni. Scavalco il cancello, apro una persiana della villetta e dall’altra parte del vetro mi ritrovo la gatta che miagola disperata appesa ad una tenda ridotta in brandelli. Mi ci sono voluti tre quarti d’ora per spiegarmi con suor Silvia che a novant’anni non coglie proprio tutto al volo, aiutarla a cercare le chiavi che ne ha più di San Pietro, riuscire ad orientarmi nel convento con la suora attaccata al mio braccio e finalmente liberare la Ciabattina. Se tanto mi da tanto, come Calzetta, non ha mica imparato la lezione.
Si è aperta con puntualità la settimana dei festeggiamenti spaiati. Ore 0:00 sms del mio migliore amico. Ore 0:01 la Spaiata e fidanzato facevano lo spuntino di mezzanotte con una torta di compleanno preparata dal casalingo disperato di nascosto. Ore 6:30 sms di uno dei papà. Ore 8:30 auguri dell’altro papà. Ore 9:00 abbraccio della genitrice che non si rassegna a vedermi crescere e che si commuove ad ogni mio compleanno. Ore 9:10 auguri dalla cuginasta. Ore 9:22 la nonna che si è segnata la data sul calendario per non dimenticarselo. La giornata comincia bene.
Al prossimo uomo, genitore escluso perché lui può tutto, che mi fa gli auguri per la befana gli offro un caffè ustionante con il solo scopo di mettergli fuori uso la lingua. Il geometra l’ho già sistemato senza bisogno di scomodarmi ad andare alla macchinetta:
Geom. col ghigno ed in vena di spiritosaggini: auguri eh!
Spaiata (finta) sorpresa: ohhh, ti sei ricordato del mio compleanno. Ma grazieeeee. Capirai allora perché questo sabato mattina lavori tu!
E ho girato su i tacchi prima che potesse replicare. Tiè.
Un caro amico domani compie 50 anni e si è messo in testa che questo deve essere un anno speciale da festeggiare compiendo qualcosa di epico. Come l’ultra maratona di Boavista, magari insieme al mio moroso che l’ha già fatta. Noi amici nemmeno scommetteremmo sullo sbarco del nostro sull’isola, figuriamoci che lo stesso corra 150 km senza sosta, però ci guardiamo bene dal dirlo perché siamo tutta gente che ai sogni ci crede. Tant’è che gli abbiamo regalato tutta l’attrezzatura necessaria. Come dire, sua mamma gli ha dato le gambe, noi l’incoraggiamento ed il necessario ed il resto ce lo deve mettere lui che siam sempre pronti a rimangiarci lo scetticismo e a fare un tifo sfegatato. Auguri Befano.
A casa Spaiata si è sfiorata la tragedia quando ho deciso di testare il nuovo robottino da cucina preparando un purè di topinambur con gamberi saltati in padella e con gli ingredienti già bell’e pronti ho scoperto che la manopola di accensione non funzionava. E che quindi il robottino non funzionava. Sono partite le madonne, ci sono stati numerosi tentativi compreso il lancio stizzito dello strofinaccio e dieci minuti in cui mi sono autosfanculata perchè ho realizzato di non avere più lo scontrino - avendo ridotto il prezzo a beneficio della nonna ho pensato bene di farlo sparire. Al ritorno dell’uomo a casa ero una donna con una crisi di nervi allo stato avanzato che frullava topinambur col vecchio frullatore scomodando tutta una lista di santi e santini. Lui pacifico lo smonta, riavvita il coperchio nel modo corretto (che non fa scattare il salvavita) e lo fa partire senza battere ciglio. Gli sono stata appiccicata tutta la sera modello patella allo scoglio per gratitudine manifesta, servendolo e riverendolo come un genio (dell’elettrodomestico) che si rispetti.
Le considerazioni del giorno dopo:
1) topinambur e gamberi si sposano perfettamente, ma questo si sapeva visto che il mio ristorante preferito ce l’ha in menù e da lì l'ho copiato.
2) come sospettavo col robot in cucina la vita è di molto più semplice.
3) ora chi lo sente più l’uomo tutto compiaciuto di avermi risolto la magagna in quattro e quattr’otto? va vantandosi.
L’uomo ha la delicatezza di un orso sbadato. Sul divano non ci si siede come tutte le persone normali, no, lui ci si butta a pesce col risultato che è riuscito a troncare a metà l’ennesima doga. In pratica ci sediamo direttamente a terra non essendosene salvata mezza. Ho buttato lì di farci un giro alla ricerca di un nuovo divano comodo (e integro), ma una cosa da non spendere un botto che tanto tempo un nanosecondo i gatti ci si fanno le unghie sulla novità di casa. Ora, nessun uomo sano di mente mi risponderebbe di si visto che la cosa innescherebbe un meccanismo a catena difficile da arginare: se cambiamo divano allora ci sarebbe da prendere anche un tavolino e dei contenitori da abbinare con il suo colore e magari anche delle piante resistenti ai felini e non so, forse bisognerebbe cambiare le mensole ed il tappeto e via dicendo con un elenco senza fine. Lo sciagurato ha risposto di si e la sottoscritta è già in fermento col metro in mano e una pigna di riviste d’arredamento spianate sul tavolo della cucina senza nemmeno chiedermi come mai non abbia ancora imparato a dirmi di no. Come non lo invidio.
Se la curiosità è femmina, allora io sono donna all’ennesima potenza. L’uomo non è il tipo da comprare un regalo all’ultimo minuto, lo so, perché se così fosse non potrebbe smaronarmi per settimane, stuzzicarmi con indizi falsi(ssimi) fino a portarmi alla disperazione. Sono curiosa. A tal punto che DEVO scoprire il contenuto prima della consegna del pacco e non mi do pace. Per dire, stanotte con la sua pila da ultramaratona, quella da mettere in testa per intenderci, ho sfrucugliato tutta casa, ma del regalo di compleanno nessuna traccia. Non potevo non chiedergli lumi e contrariamente al solito mi ha risposto. Dice che andrà in corso Mameli 163 sabato mattina quando la sottoscritta sarà lavoro. Ho controllato, l’indirizzo corrisponde ad una gioielleria. Però non mi fido, troppo facile carpirgli delle informazioni e stanotte ho in programma un’altra perlustrazione.
L’ufficio ha ripreso i ritmi normali, sissignore. Mentre un cliente che doveva ritirare solo un documento sta aspettando che finisca di parlare al telefono per raccontarmi della pesca al luccio, mimo ad un’altra cliente di fretta dove deve firmare una richiesta e gesticolo al geometra dove trovare una pratica che ha deciso proprio ora – nel momento più opportuno – di prendere senza sapere l’esatta ubicazione. Argh.
"Fu chiaro sin dall'inizio che ogni qual volta c'era un lavoro da fare, il gatto si rendeva irreperibile (George Orwell)".

E’ divertente fare il gatto delle nevi. Ma per cinque minuti. Quando si tratta di spalare la via, meglio controllare i lavori al calduccio.
Ho scoperto che non sono portata fisicamente per il lavoro, ma in fondo lo sospettavo già. In ferie sto splendidamente (bella scoperta, eh), mai un dolorino, né un fastidio, ma appena torno al lavoro la cervicale bastarda richiama da subito la mia attenzione. Ho anche scoperto che gli antidolorifici dello stampellato me la fanno passare più in fretta dei miei. Inutile dire che stamattina la cervicale mi sta sul collo appollaiata come una poiana, butto il pastiglione in un bicchier d’acqua e mentre aspetto che si sciolga faccio il mio verso. Ecco, se scopro chi è quel demente che ha fatto un buco proprio nel centro del fondo del bicchiere me lo bevo al posto dell’antidolorifico che è finito sulla contabilità (tutta) del 2005. Ora per farmi passare la cervicale mi tocca leccare le fatture dei fornitori, porco mondo.
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Aggiornamento: dopo un'indagine ho stanato il colpevole: il capo che ancora se la sta ridendo alle mie spalle.
Buoni propositi, nessuno. Quest’anno mi son ben guardata dal farne che tanto hanno vita breve. Al massimo durano fino all’epifania per poi passare nel dimenticatoio durante la settimana di festeggiamenti per il mio compleanno. Però ho una secchiata di desideri: due belli grossi, un paio di proporzioni ridotte e una miriade di minidesideri semplici e facili da realizzare per tenermi in allenamento nell’attesa. Perchè ci spero, anzi, ci conto proprio che tanto sono stata progettata per essere ottimista.
Ovvero, quanto ne sai sulla sottoscritta.
Il menù. La Spaiata:
a) va sul classico e propone le solite cose;
b) col chiaro intento di fare il meno possibile e delegare agli uomini propone una grigliata a meno dieci.
Preparativi per il 31, tutte le donne messe giù da gara, tacchi alti, robine chiccose pure se ci aspetta la cucina. La Spaiata:
a) indossa un completino, magari rosso.
b) infila mutande e calze a caso.
Brindisi. La Spaiata:
a) bacia e abbraccia i presenti e poi, composta, si siede aspettando le lenticchie;
b) bacia e abbraccia i presenti e presa dall’euforia rovescia due bicchieri, una candela e si lancia sul panettone;
Botti pronti sulla rampa di lancio. La Spaiata:
a) se ne sta sull’uscio insieme alla cugina pronta a mettersi al sicuro;
b) rischiando l’osso del collo si avventura coi tacchi sul ghiaccio conquistandosi una posizione per vederli meglio.
Saluti. La Spaiata:
a) porta a casa gli avanzi sfiziosi e sette etti di ravioli alla zucca non cucinati;
b) tiene in braccio il pattume per i chilometri che la separano dal primo cassonetto.
1° dell’anno. La Spaiata:
a) non tocca cibo dopo aver mangiato a crepapanza la sera prima e si concede una giornata di relax;
b) va in cerca dei sette etti di ravioli avanzati, traina una macchina sulla neve e spala quelle due tonnellate di neve che la separano dai ravioli.
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In caso di dubbi, buone le seconde.
Jene ha pensato a me pubblicando questo che riporto qui sotto. Grazie.

La love story felina non è interpretata dai protagonisti spaiati, ma da controfigure ;)
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Da notare che la sottoscritta ha pure imparato a mettere i link… una vittoria.
Il cellulare conterrà, malcontati, una trentina di numeri memorizzati di cui una decina per lavoro e tanti doppi (casa, portatile, ufficio). La politica è che se i numeri non vengono utilizzati per un certo numero di mesi allora li cancello o li trasferisco su un agendina. Una stranezza questa mia ossessione di salvare solo quelli importanti, ma tant’è. Per l’usanza che alle feste comandate bisogna fare gli auguri a tutta l’agenda indiscriminatamente nonostante il resto dell’anno nemmeno te li fili, mi ritrovo con una serie di sms anonimi non identificati. E con una gaffe a tempo di record nei primi cinque minuti del 2006: arriva un poema, ehm, messaggio, penso subito alla Gatta, ma sotto l’effetto delle svariate bottiglie di prosecco non ricordo che lei è memorizzata non con il suo nome proprio. Rispondo includendo il marito negli auguri. Bhè, non era lei, ma una mia compagna di scuola separata da una settimana che non ha mancato di farmelo notare. C’ho riso per ore. Sempre per colpa del prosecco.
Tra la sala e la cucina nella parete c’è un’apertura che ho fortemente voluto per avere più luce, ma che è utilissima anche come passaggio per i gatti, passatazzadathe e, soprattutto, per dare un occhio all’uomo quando è ai fornelli senza alzare il panaro dal divano. Le verdure che sfrigolano in padella, lui intento a mescolare la zuppa d’orzo e patate indossando il grembiule fa tanto Bree Van De Kamp.
Uomo soddisfatto: è pronto.
Ed infila la testa nell’apertura.
Uomo: sono stufo di fare il casalingo disperato.
Ho riso perchè lui non sa che è da due mesi a questa parte che lo chiamo così sbertucciandolo.
E sta pure migliorando notevolmente in abilità.

Io segno le ore, tu riempile d’amore.
E queste vacanze di Natale sono state speciali per la sottoscritta, piene di cose belle. La fiaccolata con accanto le persone a cui tengo, punch bollenti con la scorzetta di limone per scaldarsi, l’abbraccio di un amico che non vedevo da tanto e un pomeriggio con la Berta, i pacchetti di panno e la famiglia riunita, chiacchierare noi donne di famiglia arenate sul divano col primo bottone slacciato, una nevicata durata due giorni, noi vicini tutti a spalare neve per permettere alle suore di andare in chiesa, niente macchina e allora a girare a piedi con la digitale in mano, una pizza improvvisata e in sei sul panda a guardare il paesaggio innevato in montagna, un sacchetto di liquirizie e via le stampelle, trovare la casa che vorremmo tra i pini e farci castelli in aria, cat-sitter e famiglia a casa coi regali per i mici, ubriachi di passito intorno al tavolo del liutaio, la carta di credito del moroso per un giorno, la polenta della nonna e una cena nel mio ristorante preferito, il recupero della Ciabattina finita su un albero, la nuova cuccia di pelo per i ra-gatti, convocazione per la spesa del cenone all’alba e colazione tutti insieme, la grigliata a meno dieci (gradi) e i botti sulla rampa di lancio, cucinare tutti insieme, “Doroty” e le sue scarpette azzurre con me e proprio non ci speravo, l’addetta al pattume già all’uno, addormentarsi abbracciati facendo una lista improvvisata di buoni propositi che non manterremo.
Il vero gatto delle nevi del paese, l’unico stoico felino da slitta che si è avventurato nei ghiacci, mentre tutti gli altri se ne stavano al calduccio (Ciabatta compresa, lei è più caraibica).

Su flickr ci sono altre fotografie innevate.
Le feste sono andate bene e sono state anche ragionevolmente lunghe visto il pacco di posta che ho trovato ad attendermi. Il 2006 è iniziato letteralmente coi calzini spaiati, avendo battuto la fiacca con la lavatrice per una settimana gli unici disponibili erano diversi per colore e filato. E probabilmente siamo stati anche gli unici a decidere per una grigliata di capodanno visto il freddo che è molto ben riuscita nonostante la neve e i botti sconsiderati dei vicini. Sarei tornata. Almeno fisicamente.