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Avete frugato nei miei calzini *loading* volte

Mai distrarsi, lo sgambetto può arrivare anche da una persona insospettabile, una di cui, tra l’altro, ti fidi. Ti aspetti che, in caso di rospo mal digerito, la persona in questione ti affronti e ti dica in faccia cosa non va. Non alle spalle, tramando a tuo danno. E dopo i primi cinque minuti di nervoso, legittimo, il resto di quello che penso sull’argomento sarà nell’italiano della nonna, il dialetto: vada via il cul. Non meriti altro.
In gran segreto due blogger con lo stesso nome, si stanno scambiando molte mail. L’obiettivo è sistemare in una casa meritevole una minimicia. La famiglia Spaiata, nella persona della Spaiata stessa, sarebbe lieta di accogliere la piccola Cisposa nell’amena provincia lacustre. Degli accordi, i due maschi di casa (fidanzato e gatto) sono stati informati in via del tutto occasionale, ma non dubito che si innamoreranno della micetta senza domicilio fisso in caso l’adozione felina giunga a buon fine. Naturalmente alla famiglia di provenienza si assicura che verrà trattata come una principessa e si correda la domanda con ampia documentazione fotografica a testimonianza che il gattounico Calzetta gode di uno status agiato, sereno e dotato di tutti i confort che gli competono, non privo di coccole.
Se la Spaiata in veste di amministratore si lascia convincere dai condòmini in vena di tagli al bilancio di convocare l’assemblea in cortile piuttosto che nella solita sala a pagamento, dieci a uno, verrà giù il finimondo. Anche se erano settimane che non cadeva una goccia e fino alle cinque del pomeriggio il cielo è stato sereno. E questo serva da lezione a chi vorrà chiedermi d’inventarmi una sala gratis la prossima volta. Sotto al diluvio, ho dovuto separare i mariti dalle mogli e rispedire a casa figli e chiunque non fosse proprietario, per poi rinchiudermi in un garage con un solo soggetto per famiglia a salvaguardare la sopravvivenza della maggioranza. Venticinque anime (zuppe) in piedi come cucù a scorrere l’ordine del giorno, con il presidente a farmi da scrivania prestandomi gentilmente la sua propria schiena e il milanista del secondo piano a mò di portapenne/calcolatrice. In un’ora di discussioni più o meno accese abbiamo appreso che i toni piuttosto alti, in un garage sgombro di mobilio, rimbombano creando un piacevole effetto concerto, specie quando si vota per alzata di mano creando una hola a far da coreografia involontaria. Non essendoci null’altro da deliberare, è stato mandato in avan scoperta il coniglio nano di una condòmina con il compito di verificare le condizioni metereologiche. Ne è tornato con un ramoscello d’ulivo, le acque erano defluite nei tombini appena spurgati ed ognuno ha ripreso il vialetto di casa.
Come far prendere paura al fidanzato e accelerare i tempi di consegna della nuova dimora? Portare a casa uno scatolone, lasciarlo abbandonato in sala e metterci dentro un oggetto a caso. Il primo giorno fingerà indifferenza. Il secondo giorno ci guarderà dentro con uno strano presentimento. Al terzo si sentirà catapultato anzitempo nell’orrendo periodo pretrasloco (che a casa nostra può durare mesi), quando se cerchi qualcosa che ti serve, quello sarà inevitabilmente perso in qualche scatolone, mentre se non cerchi un particolare oggetto, quello ti capiterà sempre sotto gli occhi. A quel punto, pur di non sopportare oltre, il cantiere che noi chiamiamo già casa prenderà improvvisamente vita. Si popolerà, ci sarà fermento, andirivieni di materiale, carico e scarico sassi, il geometra sempre presente sul campo, manco avessimo intenzione di costruire la quarta piramide. E la sottoscritta, col minimo sforzo, avrà raggiunto l’obiettivo: dargli una mossa.
Domenica. Caldo bestia. Compleanno del nonnetto. Nonostante il fronte comune delle due cugine per limitare le portate, la nonna ci ha comunque rimpinzate come due tacchini. Da qui la proposta spaiata. Per smaltire e combattere la cecagna post pranzo, fare un giro in un parco sul lago che secondo la sottoscritta era tutto fiorito, all’ombra e ben ventilato. Ovviamente non era così. Dopo dieci minuti sotto il sole eravamo già provate ed alla ricerca di una panchina all’ombra. Che abbiamo trovato solo dopo una gran salita. Arrivate in cima si è stabilito che da oggi in poi, quando la cugina senior ne penserà una delle sue, la cugina jr potrà bocciare senza appello. E vale nonostante le due ore di chiacchierata passeggiando siano state molto piacevoli.

Primi timidi tentativi di Calzetta di sondare la finestra della camera come via di fuga alternativa.
Per quanto mi scocci lavorare il sabato mattina, specie in una giornata di sole, devo ammettere che sono tre ore dense e ben spese. Lavoro meglio senza telefoni interni che squillano in continuazione, riesco a smaltire tutto quello a cui in settimana non riesco nemmeno ad avvicinarmi e mi porto avanti nonostante le pause frequenti. Nel mezzo ci sta una telefonata d’auguri a più riprese con una Gatta trentenne, la decisione di una linea comune da tenere tra cugine per l’omertà sulla festa del nonno, accordi per la cena di stasera con la dentista, un giro sulla poltrona con le ruote del capo. E nonostante all’apparenza sembra che io abbia ampiamente cazzeggiato, la verità è che due ore e mezza lavorate sodo, possono alleggerirti la settimana che viene. E non è poco.
Ho dei nuovi "poster" sul muro dietro al piccì. Le istruzioni per il rimborso che rimangono lì appese nonostante il legittimo sospetto di non averle studiate poi così bene le maledette. Nonostante aver passato e ripassato la contabilità di 4 anni, secondo i miei calcoli (a vanvera temo) posso richiedere indietro 1 euro. Che è molto meno della raccomandata A.R. con cui dovrei fare domanda.
Stamattina alle sette in una mano avevo l’aspirapolvere, nell’altra lo strofinaccio. In pigiama, ciabatte e occhiaia sembravo la regina della vaporella. Alle otto, come San Pietro, ero a far duplicare un mazzo di chiavi imbarazzante. L’addetto mi ha evitata per le corsie, io l’ho inseguito e fatto chiamare dalla cassa: alla fine mi ha fatto le mie 30 copie. Alle nove, sempre come San Pietro, ero a provare una per una le chiavi. Alle dieci passavo in banca, in polizia, in posta, all’acquedotto, all’assicurazione, in condominio. Alle undici mostravo al manutentore l’ubicazione della caldaia e smontavo l’ufficio alla ricerca del libretto. Alle dodici mi accasciavo di fronte al computer spento. In mia assenza nessuno si è preso la briga di accenderlo, per cui mi chiedo cosa abbia fatto il geometra nelle tre ore di vagabondaggio della sottoscritta per uffici. In pausa pranzo procedevo con il controllo zecche al felino, stasera lo aspetta il trattamento estivo, visto che non conosco i gatti che frequenta. Alle due mi trovavo di nuovo in polizia, all’acquedotto e a consegnare la metà delle chiavi. Alle tre sono tendenzialmente sfatta. Ma è venerdì, domani il sabato mattina sarà in discesa, il pomeriggio andrò in piscina, percui dovrei rilassarmi. Col cappero. Stasera alle sette mi aspetta pure una mini assemblea in cortile. Abbiate pietà, mettetemi ko adesso, almeno mentre sono incosciente mi riposo.
Ho almeno due mail a cui rispondere. Una criptica ed una di saluti. Se riuscissi ad aprire la mia casella di posta. Abbiate fede. Non dubito che il tecnico, uscito ieri dall’ufficio con il simbolo degli euro negli occhi ed il sorriso da parte a parte dopo l’ordine che gli abbiamo fatto, si farà vivo molto presto.
Stamattina il retro è occupato dal manutentore. Finito il controllo annuale della caldaia si è accomodato alla mia scrivania per svolgere i compiti. Compilare il libretto ed una decina di moduli, farmi firmare, prendere l’assegno. Entrano due signori in cerca di un appartamento da affittare per un mese. Noi non affittiamo a breve termine, ma li indirizzo verso un residence con cui abbiamo una convenzione. Il manutentore con grande faccia di tolla, al grido di “scusa se mi permetto”, gli affitta il bilocale della suocera in cinque minuti netti. Come se l’agenzia fosse casa sua. Io questo lo assumo e mando a spasso il geometra mummia.
Riunione. L’oggetto della discussione è il rimborso IRAP. L’onorario del commercialista corrisponde al 90% del rimborso. I casi sono tre: o si lascia perdere, o lo si fa fare a lui e ci si accontenta di quel che rimane (briciole), o si prova ad arrangiarsi. Lo spirito di iniziativa di quest’ufficio in proposito è pari a quello di una mummia: nullo. Non si muove un passo senza il sì di quell’omino lì. Ma la sottoscritta, che vanta già una consolidata reputazione di pecora nera dell’ufficio, farà da sé. Stasera tra la messa in piega alla Berta ed un paio di mojito fatti come si deve in riva al lago, troverò anche il tempo di studiarmi le istruzioni.
Normalmente alla notizia che il tecnico sta per varcare la porta dell’ufficio accuso un mancamento. So per certo che quando ne uscirà, ci vorranno giorni per riportare i computer alla normalità. Di solito ci incasina la vita e la rete. Stavolta arriva per aggiornarci il sistema ed a tale scopo mi è stato chiesto di compilare una lista di “aggeggi” tecnologici che potrebbero tornare utili nel lavoro. Stiamo per fare un salto nel secolo in corso, sino ad oggi il mio server era azionato a criceti.
Torno adesso dal bar. Il secondo caffè mi era più che necessario. Al bancone i soliti musi lunghi da post partita deludente e sbertucciamenti da parte di tutti gli altri tifosi. Nel mezzo la sottoscritta. Che è passata del tutto inosservata perché sprovvista di piva da lutto sportivo. Stamattina sono stata capace di affermare “non ho niente da mettermi” di fronte ad un armadio stipato quanto un barattolo di melanzane sott’olio. La scelta è caduta su una camiciola verde/bianca/cacao/azzurri vari che detta così non sembra affatto sobria ed adatta alla circostanza, indossata mi sta bene e mi mimetizza da una che per cui la coppa è solo quella del Nonno (il gelato). Chi penserebbe che sull’anta dell’armadio nel retro c’è la faccia di Dudek cerchiata di rosso come centro per le freccette. Fatti, non parole: per chi lo becca son 200 punti.
Non dire coppa, se non ce l’hai nel sacco. Da milanista ieri ho guardato la partita. Col sorriso migliore che avevo il primo tempo, smadonnando nel secondo. Mantenendo comunque l’aplomb che mi contraddistingue. Il fidanzato invece, juventino ed avvelenato, ne ha fatte di ogni. Ha esultato per la nostra disfatta sul balcone con il vicino, ha infilato la minimaglia bianconera al micio, mi ha sbertucciata e voleva telefonare all’altra milanista della famiglia (la cugina). Non ho raccolto. Ma poi, quando di notte si è avvicinato gli ho dato un calcio e gli ho fatto una pernacchia. Così dice lui, la sottoscritta dormiva e non ne è certa. Se l’ho fatto, comunque se lo meritava, anche se non ero in grado di intendere e volere.
Serve una valigia nuova, che a giugno si parte e non voglio rischiare di trovarmi di nuovo i miei sobri perizomini girare sul “tapìrulant”. L’ultima volta a Sharm volevo seppellirmi sotto i tappeti del negozietto di souvenir per l’imbarazzo. Avrei anche una teoria in proposito. Scegliere una valigia rigida anonima, chessò grigia. Che non spicchi tra le altre e non invogli a farla sparire. Certo, poi si fatica a riconoscerla tra cento, magari ti passa davanti tre volte prima di capire che è proprio la tua e la recuperi andando per esclusione: prendi l’ultima che rimane. Però la recuperi perché a nessuno viene in mente di rubare una valigia grigia come tante. Ho sempre avuto questa convinzione, tanto che le mie valigie sono sempre state grigie e mai smarrite. Noi l’abbiamo comprata. Rossa, a dispetto del mio credo. Per eludere la sfiga, io i costumi me li metto nel bagaglio a mano. Al fidanzato, che l’ha voluta a tutti i costi di questo colore, nella valigia. Che non si sa mai.
Abitare in un paesino sperduto ha i suoi pregi. Ci si conosce tutti, i vicini sono cordiali, il micio scorazza libero perché le macchine si contano sulla punta delle dita. Ed i grilli la notte, gli uccellini di giorno, il saldatore insonne all’alba. Una vista lago strepitosa, che mette di buon umore solo ad affacciarsi sul balcone. Poi mai più visto un testimone di Geova alla mia porta la domenica mattina, essendo una zona poco battuta. L’omino che consegna depliant col carrello della spesa purtroppo si e turba l’idillio del nuovo domicilio. Prima mi riempiva la cassetta della posta a giorni alterni. Ora si è fatto furbo. Lascia un intero pacco davanti alla mia porta così mi servo da sola. Gli ho lasciato un messaggio cortese, poi uno che di simpatico non aveva nulla. Il pacco di depliant è raddoppiato. Ci stiamo facendo la guerra da mesi a suon di biglietti ed everest di carta abbandonata all’ingresso. Da oggi una foto del suo passaggio è appesa nella bacheca del supermercato cui fa pubblicità insieme ad una lettera di lamentela. Fosse la volta buona che la capisce.
Ma domani sera andrà in onda la seconda puntata di “Vero amore”? no, perché a guardare l’assenza di promo in televisione ed il mancato aggiornamento giornaliero con apertura di sezione speciale su Tgcom (trattamento riservato ai reality Mediaset) sembrerebbe che Maria ha stavolta ha fatto cilecca.
Stamattina c'ho le paturnie. Converrebbe evitarmi.
La Berta mi ha eletta donna del mese. Così, all’improvviso. E senza nemmeno conoscermi troppo bene. Ma in quanto tale mi considera depositaria di conoscenza varia. Si apposta fuori dall’ufficio, mi aspetta con un prosecco in mano e chiede consigli. Sul taglio dei capelli (a me che vado dal parrucchiere solo in casi disperati, quando il fai-da-me è un tale casino), sul trucco (ad una che è già tanto che si metta il mascara senza accecarsi), sugli uomini (ed è ancora un miracolo inspiegabile che abbia un fidanzato da quattro anni, che al momento in cui c’era da darsi a gambe levate io sia rimasta anziché infilarmi le scarpe da jogging, cosa che istintivamente ho fatto spesso). Insomma, la sventurata ha mal riposto la sua fiducia. Da una che prende la vita alla carlona, non ci si può aspettare risposte sensate. Tutt’al più una serata di bagordi. Fissata per giovedì sera. Sospetto che da venerdì verrò sostituita.
Vespa rivolto a Califano: ma è vero che le fans ti lasciano (ancora) i bigliettini da visita sulla macchina?
Califano che ha un solo chiodo fisso: come faccio a conquistare le donne?
Vespa: no, i bigliettini da visita.
Sgarbi: ma sei sordo?
Califano: a si, me li lasciano.
Vespa incredulo (lui, al limite, trova una multa): ma come fanno a sapere che è proprio la tua macchina?!!!
Califano con l’aria scocciata: ehhh, ho una macchinetta piccola, come tante, ma sulla fiancata c’è la scritta “tutto il resto è noia”.
Giusto per passare inosservato. In quanto a marketing quest’uomo ne sa davvero una più degli altri, di Vespa due.
Suona la sveglia a casa spaiata. Il mio secondo pensiero dopo quello di scaraventare la sveglia oltre la grata della finestra è quello di domandarmi cosa cappero avrà da saldare il vicino di così urgente da farlo a quest’ora della mattina. Buon giorno.
1) Volume totale di file musicali: lo ignoro, è già un miracolo che si accenda dopo che ci ho messo mano.
2) Ultimo CD che ho comprato:veramente sto ancora aspettando Bublè. Una certa persona con grado di parentela molto stretto me lo ha promesso. (chi ha orecchie per intendere, intenda).
3) Canzone che sta suonando ora: Maybe, Emma Bunton. Alla radio.
4) Cinque canzoni che ascolto spesso:
Alive – Pearl Jam.
A che ora è la fine del mondo? - Ligabue
What’s you waiting for? - È una donna
Home –Michael Bublè
Dream Theater – Surrounder
5) Persone cui passo il testimone: Davide, perché è giusto così, se ci si vanta di esserne uscito indenne in questa sede, la sottoscritta provvederà. Airine, perché ancora non lo conosce questo giochino. Shameless, perché mi manda le magagne condominiali e volevo ricambiare. Blackcat perché se tocca a me, tocca anche a lei. E, last but not least, Gaspare, perché non potendolo sopprimere, almeno lo tengo occupato.
Il mio dovere l’ho fatto.
Le ho tutte in mente. Le ballo spesso. E le canticchio ovunque, sotto la doccia o mentre cucino, ad esempio. Ma se mi chiedessero chi ne è l’autore, le mie conoscenze si fermano a “è una donna” piuttosto che “è un uomo”. Il resto è scena muta e tempo perso a cercare di cavarmi il titolo. Ho una memoria selettiva e queste informazioni non rientrano nelle mie capacità, esattamente come quella di ricordare i cognomi. Quindi, vi scongiuro, a nessuno venga in mente di passarmi la palla per quel nuovo giochino sulla musica. L’unico mezzo che ho è quella di cantarvela, ma sappiate che sono stonata come una carampana. Siete avvisati.
Update: ignara, la Mukka, rimbalzava la palla dalle mie parti. Stasera tocca cantarle al fidanzato per farmi dire il titolo.
Quando il tempo non ti permette di andare a sciare, come volevi, bisogna trovare qualcosa di alternativo ed altrettanto appagante. Il triangolo delle Bermuda milanese ad esempio: Ikea – Decathlon (per le racchette da montagna) – Gran casa (ammesso che si chiami così, per farsi un’idea). Gli ultimi due scoprirai solo arrivata che sono chiusi, così passerai il pomeriggio all’Ikea. E ti divertirai anche parecchio. Ogni sedia, ogni divano dell’esposizione ha conosciuto il nostro sedere, tanto che volevamo farci assumere per testare i prodotti. Ho aggiornato sulla sua pratica un mio cliente, anche lui con borsone giallo a tracolla e fidanzata in piena frenesia da acquisto, in uno dei salottini ikea. Ad un certo punto ci siamo persi la cugina e l’ho ricondotta a noi via telefono. In mano teneva un campionario di tutto rispetto dell’”inutile”, come tutti noi del resto. Il fidanzato cercava di convincermi ad prendere un contenitore per i giornali, io lo apro poco convinta, dentro c’è una volpe di peluche e colta di sorpresa, ho lanciato un acuto degno di Pavarotti. E per questo mi hanno presa in giro per tutto il pomeriggio. La cugina voleva un cuscino e per acquistare quello giusto, entrambe abbiamo appoggiato la testa sulla mensola dove erano esposti e li abbiamo provati tutti, fingendo pure di dormire. Il dopo Ikea? Superate le casse dignitosamente, con una spesa di quindici euro in boiate, hai superato il peggio. Nemmeno la tangenziale è così pericolosa.
Aprire gli occhi ed accorgersi che il gatto sulla tua testa ti fa da cappellino delle giovani marmotte rende più accettabile anche un lunedì mattina piovoso.
E non vedo l'ora di dimenticarmi delle solite scarpe per infilarmi un paio di scarponi. Domenica la spaiata va a sciare.
Da quando siamo provincia sono sparite le botteghe a conduzione familiare nelle piazzette del centro per far posto a negozi. I piccoli supermercati dove ci si dava del tu hanno ceduto agli ipermercati. Quando è arrivato il Mc Donald era chiaro che si iniziava a pensare “da provincia”. A me non dispiaceva abitare in un piccolo paese. C’era il panettiere, la fiorista con le ceste sulla via, il negozietto di prelibatezze che ti faceva assaggiare prima quello che compravi, il fruttivendolo che nel sacchetto infilava sempre una mela in più. Ora abbiamo tutte le comodità, probabilmente mi seccherebbe farne a meno, ma quelle due chiacchiere in strada con mia mamma che teneva me per mano e dall’altra il sacchetto anonimo della botteguccia mica si fanno più. E’ per questo che adoro questa casa. Tutt’intorno hanno costruito condomini e palazzi, ma la vecchina che ci abita non ha ceduto ed ha continuato a curare le sue rose. Che ogni anno puntualmente la ripagano di tanta cura e ostinazione.
Finalmente il primo segreto di Benedetto XVI è stato svelato. Il gatto del Papa si chiama Chico. E’ un panciuto soriano. E non è proprio del Papa, ma dei suoi vicini. Solo che al felino andava più a genio Ratzinger, perché oltre a parlare correttamente molte lingue, se la cava benone anche con quella felina. Ovviamente Chico, nel trasloco, è rimasto al domicilio dei veri padroni. Che hanno due crucci. Il rischio che il micione possa essere rapito data l’improvvisa notorietà (secondo gli stessi vale 200.000 euro) e che ai tempi sia stato castrato. I figli del “gatto del Papa” avrebbero sicuramente avuto un buon mercato.
Fonte:Vanity Fair
La novità è di ieri, ma col ritardo cronico che mi contraddistingue la posto solo oggi. Shameless (link a fianco) ha aperto un ufficio virtuale per rispondere a tutte quelle domande del condomìno che non trovano una risposta. Si prevede un discreto lavoro da smazzarsi. In due, perché la sottoscritta è stata assunta come consulente esterna. Lavoriamo per la gloria, si sappia, ma sono comunque ben accette brioche, cassette di broccoli, cioccolata e quant’altro, come segno di gratitudine per avervi salvato dal vicino “col mal di pancia”. Basta scrivere una mail ad uno dei due e noi, e sottolineo non con i miei tempi, risponderemo nella rubrichetta “l’amministratore risponde”. Anche qui vale lo stesso consiglio, contate fino a 10.
1) la vicina è una santa. Ed una ladra d’appartamenti mancata. Da tenere presente quando il fidanzato mi chiuderà in casa nuovamente ed avrò necessità che qualcuno mi restituisca la libertà. 2) sarebbe bello se mio padre, quello vero, una volta tanto, mi chiedesse come sto al posto di mandarmi mail riciclate. Che mi fanno solo incazzare per giunta. 3) più il lavoro - quello fonte di stress ancora prima di cominciare - prende forma, più dovrei preoccuparmene. Se va male, l’unico indumento a mia disposizione sarà una foglia di fico. Se va bene, vedrò una fine solo tra sei anni. Il tutto dovrebbe portarmi ad indossare le scarpe da jogging e darmi alla fuga. Io no, rido. Incosciente. 4) stasera inizia il programmONE della stagione. Vero amore. Il fidanzato non si capacita che la sottoscritta abbia il coraggio di guardarlo ed ha già inoltrato la richiesta di affidamento del gatto e la richiesta per internarmi in campagna da BlackCat. 5) il geometra mi ha invitata formalmente a vedere la sua casa in costruzione. Vorrà sinceramente sapere cosa ne penso o vorrà farmi una festa e sistemarmi in un pilastro? 6) la gerbera arancione di cui andavo fiera mi ha lasciata nella notte. Un calo di temperatura. Tanto è bastato. Il gelsomino, alla faccia di tutti, resiste imperturbabile.
Vorrei raccontare di come il fidanzato mi ha segregata in casa. E di come la sottoscritta sia riuscita a liberarsi. A me Copperfield mi fa un baffo. Vorrei. Ma non posso, non ho tempo.
Mentre tentavo di fare colazione stamattina ho incontrato una mia amica. La sottoscritta nella solita versione stralunata da sonno, ancora provata dalla pizzata della sera prima. Lei tutta pimpante in vena di confidenze. Spero che non mi abbia raccontato niente di importante, invogliata anche da qualche cenno affermativo che tra un morso alla brioche ed un sorso di cappuccino le buttavo lì per cortesia. Ero decisamente in modalità off, presente fisicamente, ma non ho ascoltato una parola. Appena sveglia non riesco a sostenere una conversazione con impegno.
Sembra che abbiate scoperto il “mail me” improvvisamente tutti quanti. C’è chi cerca credenziali su chi gli sistemerà l’impianto luce dietro un corposo compenso di cioccolata. C’è chi ha in comune con me l’istinto di sopprimere Gaspare ed un lavoro (smaronata io, in erba lui) e con il quale potrebbe nascere una collaborazione. Ovviamente per la gloria, perché una che viene pagata dai clienti a cicoria e broccoli, non poteva aspirare ad altro, ma l’idea mi piace comunque parecchio. C’è un’amica persa e ritrovata altrove. C’è chi è felice per una sua fatica data alle stampe e ci teneva a farmelo sapere. Tutto questo per dire? Che mi fa piacere, che ringrazio e che, col ritardo cronico che mi contraddistingue, ho risposto a tutti.
Lavorare, o meglio continuare a lavorare, con il capo insediato a tempo indeterminato nel sottoscala - la mia scrivania - risulta un’impresa piuttosto ardua. Primo perché con lui accanto come una poiana non ho sufficiente spazio vitale per muovermi. Secondo perché sono sotto osservazione, per quanto lui faccia l’indifferente. Stamattina ho avuto la malaugurata idea di scrivere un numero di telefono su un post it a forma di freccia, di quelli che un cartello verbale definisce inutilizzabili per appunti ordinari. Ne è seguito un caso: perché uso proprio quei post-it lì, perché nessuno mi ha fornita di blocchetti di carta comune, ecc. Ora i blocchetti per tutti i giorni sono stati consegnati, il capo mi ha detto “prendi” lanciandomene uno, io affaccendata non sono stata abbastanza celere a girarmi ed il corposo blocchetto mi ha centrata tra la 2° e la 3° costola. Mi serva di lezione, posizionare le frecce fosforescenti sulla scrivania del geometra e starne alla larga.
Avendone abbastanza e quel tanto di potere aziendale per far valere la mia partita iva, vado a farmi un giro per condomini. Giusto per respirare.
Bonolis si dichiara soddisfatto per l’accordo raggiunto con Mediaset. La sua scelta non dipende da mere considerazioni economiche, dice, ma primariamente da valutazioni artistiche. Sarà pure come dice lui, ma di certo otto milioni di euro l’anno non sono bruscolini.
Il geometra è uno, che detto tra noi, sarebbe un esemplare da non uscirci a cena neanche con un mandato da comparizione. Non è antipatico, anzi, le poche volte in cui abbiamo avuto una conversazione che superasse i cinque minuti è risultato spiritoso oltre ogni aspettativa, ma le parole gliele devi cavare di bocca con le tenaglie. Ed è una fatica alla quale ho rinunciato, visto che ha stroncato sul nascere ogni nostra iniziativa. Così entra nel suo stanzino giallo alle nove per uscirne alle sette. Di solito se dice due parole oltre al ciao di entrata ed uscita dalla pausa pranzo è già un successone. Normale quindi che essere accolta dallo stesso silenzioso geometra che mi fa il terzo grado su dove tengo le fatture, mi parte con uno spiegone di un quarto d’ora buono sulla dipartita anzitempo della cartuccia, si procura le prove con la ricerca dell’ultima fattura pagata e parte imbufalito in direzione del rivenditore (giurerei perfino di aver visto del fumo uscirgli dalle orecchie), mi coglie del tutto impreparata. Anni e anni di discorsi a senso unico in cui io parlavo da sola vagolando per l’ufficio e lui costretto ad ascoltarmi volente o nolente devono aver avuto un qualche effetto. Il geometra, personcina a modino, mi si è snaturato. Parla e tanto.
Apprendo ora che il fidanzato sta ritentando l'impresa di Le Mans, profittando della mia assenza. C'è il temporale, se va via la luce stavolta non è colpa mia. E nemmeno dell'elettricista.
Al momento sto scaldando la sedia, manco fossi a scuola durante la quinta ora. Dopo questa doverosa premessa, è chiaro che oggi di lavorare non se ne parla. Fosse stato nella mia sfera di azione, mi sarei presa un pomeriggio a casa. Comunque la giornata di oggi non me la retribuisco e mi metto in pace con la coscienza.
Un bel sito da consigliarmi in attesa delle sette? Magari di arredamento dove si possa acquistare online?
Aggiornamento: sono stata punita, altro che munirmi di un acconcio lanternino per la ricerca di idee spaiate per casa, ora ho da lavorare. E tanto.
I format stranieri subiscono una mutazione già alla frontiera. Non appena arrivano in Italia vengono candeggiati, a cominciare dal titolo del programma. Prendiamo Temptation Island su Fox. 4 coppie che si mettono alla prova, 26 singles all’unico scopo di tentare, 12 giorni per farli cadere in tentazione, loro sono convinti che sia un gioco, ma non sanno cosa li aspetta. Questo il promo, sostanzialmente identico sia per Francia, Inghilterra, Australia e Brasile. Che, ahimè, non suonava abbastanza De Filippi, un vero e proprio marchio di fabbrica per certi programmi all’acqua di rose. Si è scelto “Vero amore”, tanto per chiarire fin da subito che è molto meno peccaminoso delle intenzioni dell'originale. I dettagli sono top-secret, ma non mi stupirei di trovare ospiti per dire la loro, la più famosa coppia sfornata dal girone di Uomini e donne, il duo Costantino/Pierelli.
Mentre la sottoscritta poltriva sotto la copertina muccata e provocava danni permanenti nella psiche del fidanzato facendo saltare la play, c'era chi, Jaero, mi risolveva il problema del titolo. Grazie.
Appartengo a quella categoria femminile che maneggia un trapano e/o un cacciavite come una pinzetta per le ciglia. Perciò in ufficio, prima di chiamare un elettricista, ci deve mettere mano la sottoscritta. Se la luce del bagno proprio non va, allora si chiama il signor Angelo a rimettere le cose a posto. Tuttavia, la genitrice, scettica, la sta vivisezionando per la seconda volta con insuccesso ed è tutta un chiamare per cacciaviti a stella, contatori generali, lampadine. Con lei nei dintorni la giornata si fa difficile, tanto che ho già aperto svariate volte il cassetto che contiene i cioccolatini, vera “unità anticrisi” d’emergenza.
Metti una domenica pigra e piovosa, metti pure che il fidanzato ti ha portato la colazione a letto e tu vuoi ringraziarlo cucinando qualcosa di speciale. Aggiungiamoci anche che lui da quasi un giorno intero stia correndo la 24 ore di Le Mans con la play in modalità manager (così fa tutto da sola). Dopo quasi ventiquattro ore di smaronamento, manca mezz’ora alla fine della gara, giusto il tempo per infilare nel forno le patate al forno. Lo accendi soddisfatta e qualcosa non va come previsto: c’è un contatto e saltano il forno, playstastion e le ventitre ore e ½ di gioco del fidanzato. Giuri e spergiuri che ti dispiace da morire, gli servi il pasto tutto infiocchettato per rabbornirlo, ma stai mentendo spudoratamente, tanto che domani manderai un cadeu all’elettricista individuato come il solo responsabile di un impianto eseguito a vanvera.

Per noi bipedi che condividiamo casa e divano con Calzetta, sappiamo bene che anche solo sperare che il giretto quotidiano per giardini in un giornata di pioggia si concluda sullo zerbino di casa è un’ipotesi remota quanto vincere al supernealotto. E’ un caso “felino”. Si rintana nella cascina a fianco del piazzale ed attende all’asciutto, ben sapendo che uno di noi due compirà un’azione di recupero in piena regola. Il risultato è sempre lo stesso: il gatto perfettamente cotonato, la Spaiata fradicia e color verde muschio. Solo che al lunedì mattina sono meno ben disposta a procedere al recupero gatto facendo free-climbing appena sveglia, mi ci metto con sufficienza e finisco col cadere a pelle di leopardo sulle rose delle suore. In pratica ho un dolore diffuso, un certo istinto omicida e l’umore pessimo. Mentre c’è chi si gode la copertina muccata.

Adoro ficcanasare. Mi chiedo sempre cosa c’è dietro alle cose, come quel cardo della pubblicità, che nonostante mi stia sui maroni ogni volta che mi compare sullo schermo, mi trova d’accordo. Ieri ad esempio. Il solito lungolago. Ed un posto speciale sconosciuto. Bastava guardare aldilà del mio naso per trovarlo quel roseto anomalo tra i palazzi. E sull’onda della scoperta, io e Caino abbiamo deciso di farla diventare una piacevole abitudine. Al posto del pranzo settimanale rintanati in un bar, “schiscetta” al sacco e digitale al seguito andremo a piedi alla scoperta dei paesini vicini. Di curiosità, per esplorare il circondario in buona compagnia, ne ho una poderosa dose fin dalla nascita.
Una delle cose che riescono a farmi deragliare l’umore all’istante (dopo i capelli in fase anarchica il lunedì mattina) è non essere capita (e/o ascoltata) quando parlo. E dire che ho chiesto spiegazioni non una, ma due volte per essere sicura. A doppia risposta affermativa, mi son messa al lavoro e l’ho finito nei tempi, per sentirmi dire che non ho capito una fava (e che ho smadonnato due ore invano). Ad evitarmi di sentirmi una completa imbecille, l’altro socio aveva capito esattamente come me. Un tiramisù per l’autostima, ma è comunque da rifare. Mi aspetta un incazzoso sabato mattina.

Il bello di essere curiosa è che non sai mai cosa scoprirai seguendo l'estro del momento. Io ho trovato il mio posto.
E adesso porto a pranzo il complice. Il minimo che gli devo dopo avermi aiutata nell'impresa. Restituire con gli interessi tutti gli scherzi subiti nell'ultimo anno, non ha prezzo.
Il potere sei sensi di colpa. Mi ha aspettata sul balcone coi sudori freddi, si è scapicollato nel piazzale per portarmi le borse della spesa, all’ingresso noto che manca la bici e gli stampo un bacio sulla guancia ringraziandolo per avermi fatta contenta (carogna dentro). Silenzio. E poi l’ingresso ritinteggiato dopo mesi dalla fine dei lavori, la casa pulita, la cena pronta, il gatto cotonato ed una lavatrice già stesa. Forte di anni di recitazione all’accademia spaiata, chiedo cosa sia successo, se me l’ha fatta o me la sta per fare (infame come poche). Sulla faccia ho la miglior faccia stupita degli ultimi tempi. La confessione non tarda ad arrivare, tanto sa che prima o poi lo verrò a sapere comunque, visto che per me è un libro aperto. Si batte il petto contrito, non si spiega chi possa essere il ladro, giura che me ne comprerà una nuova con le rotelle per imparare ad andarci. L’ho tenuto sulla graticola per un’ora, il tempo di guardare CSI in santa pace, facendo la drammatica ogni volta che apriva la bocca (bastarda). Dopo che gli ho buttato lì che la bici è in garage al sicuro e che ce l’ho portata io, ho dovuto chiedere asilo politico ai vicini per salvarmi la buccia dalle ire funeste del gabbato. Stavolta ci è cascato con tutte le scarpe (e i calzini). Non mi illudo, so perfettamente che la sua risposta allo scherzo non tarderà ad arrivarmi tra capo e collo. Il tutto sta a tenere gli occhi ben aperti. Se sopravvivo al giro in bicicletta che mi ha programmato, tanto ora so andarci!
La perfidia è femmina e tutte ne siamo dotate in modica quantità. Pure io, in quanto spaiata di genere femminile ce l’ho nel dna. Basta prendere in considerazione gli eventi delle ultime ore. Dopo aver subito scherzi di ogni genere, la vendetta è stata servita fredda. Soprattutto inattesa e già pregusto l’interpretazione da Oscar del rientro a casa, quando il tapino dovrà darmi la ferale notizia. Intanto ha già chiamato per la (telefonata) classica, giusto per sondare di che umore sono e mi facendomi sapere che trova cosa buona e giusta lasciarmi vedere CSI in tutta tranquillità, nonostante ieri l’abbia obbligato a guardare quella boiata pazzesca di Garfield.
Sarebbe stato meglio fermarmi in ufficio durante la pausa pranzo perché tornando a casa ho (ri)visto la bicicletta all’ingresso, mi sono girati i cinque minuti ed il subdolo piano di vendetta ha preso forma. Prima solo in teoria nella mia mente sadica, poi nella pratica, aiutata dal fido Caino (che il nome è tutt’un programma). Anche perché è ora di far desistere l’uomo a liquidare le paturnie che ogni tanto mi prendono con un “poi”, che chissà com’è, alle mie orecchie suona quasi sempre come un “mai”. Con una buona dose di incoscienza mi sono gettata giù dalla discesa di casa in sella bicicletta, ho urlato, smadonnato, ho guardato solo avanti, ho pedalato per mantenere l’equilibrio già precario, sono rimasta miracolosamente in piedi. Salvo cadere davanti alla gabbia dei conigli dei futuri vicini, quasi arrivata alla meta, ma ne sono uscita comunque indenne grazie alle ginocchiere di pallavolo ed al caschetto da sci del fidanzato promossi ad “attrezzatura ciclistica necessaria.” A fianco il fido Caino in macchina pronto a raccogliermi se necessario, eventualmente incoraggiarmi, ma che faceva finta di non conoscermi. Non resta che attendere gli eventi e l’ammissione che la MIA bicicletta è stata rubata da ignoti.
Il fidanzato con la bieca scusa che la sottoscritta non è capace ad andare in bicicletta se ne è impadronito. E l’ha abbandonata fuori dall’ingresso di casa. A nulla valgono i ripetuti inviti ad assicurarla con catena e lucchetto, se proprio la dobbiamo tenere in mezzo ai maroni. Tantomeno la richiesta di parcheggiarla sotto al tettuccio per evitare che prenda acqua. Sarò costretta ad imparare a pedalare solo per riportarla al sicuro nel garage, fargli credere che me l’abbiano rubata per colpa sua, incavolarmi (in)giustamente per il furto ed infliggergli una punizione adeguata.
La macchina dal punto di vista spaiato ha una sola funzione: portarmi a destinazione (senza intoppi). Funzione che svolgeva benissimo anche la gloriosa 1 sting color pantegana. Nonostante a vedersi poteva sembrare un rottame. In mezzo al bagagliaio c’era un piccolo foro rotondo di cui mia madre non ha mai fornito una spiegazione accettabile, due zaffe laterali a testimoniare che la macchina non si sposta da sola ( e dovetti smontare il cancello per liberarla dalla morsa), qua e là la carrozzeria riverniciata dalla sottoscritta in garage. Così la Ka, che svolge lo stesso compito ma con più confort. Nonostante siano presenti nella carrozzeria vari incidenti di percorso: nella portiera ho un bozzo di quando sono inciampata e ci ho picchiato la zucca, sul cofano delle onde simpaticamente incise con una chiave (di cui conosco la proprietaria). Se voleva farmi incazzare c’è riuscita, ma, proprio perché della macchina non me ne frega niente, le onde sono lì da quattro anni e non ci stanno nemmeno male, mentre lei, nel frattempo, ha avuto un travaso di bile. Solo da ieri sera il paraurti grattugiato, per evitare la palla di pelo che divide con me il divano. Forse, ma non ne sono del tutto convinta, inizia ad avere bisogno di un lifting. Nel dubbio ho riesumato la mia vecchia tuta da meccanico, la mascherina e gli arnesi che potrebbero tornare utili.
Un po’ di cicchetti sparsi. Per non perdere l’abitudine. Dalla nonna che non mi faccio vedere abbastanza, che non mangio adeguatamente, che non ascolto con attenzione il resoconto delle ultime dipartite al paesello d’origine. Dal mio migliore amico che rispondo in ritardo di giorni ai suoi messaggi, che latito da troppo, che non ho gufato abbastanza sulla Juve. Da mia madre che non passo mai a casa, che non le ho ancora trovato la coppia di comò in internet, che ho ripreso a mangiarmi le unghie. Dal vigile moralizzatore che siamo in regola, ma che potevamo anche chiedere, che comunque ci tiene d’occhio, che c’ha necessità di fare un verbale a caso. Last, but non least, il commercialista. Come ogni anno, mi manda a chiamare (cogliendo l’occasione per consegnarmi la sua fattura). Come ogni anno mi saluta con il ringhio, mi fa accomodare - a disagio- sulla poltrona di pelle umana dell’ultimo cliente che ha gestito la contabilità in modo scellerato come la sottoscritta e parte col “predicone del buon padre di famiglia”: che non spendo abbastanza, che mi faccio sottopagare, che le scarpe non le posso scaricare nemmeno se dichiaro di fare le commissioni a piedi, che non controllo i rimborsi che mi spettano. Sull’ultimo punto dissento agitando la sua stessa fattura, se lo pago un motivo dovrà pur esserci. Riportata la calma e sedati gli animi di chi oggi ha eletto me come capro espiatorio per l’umanità tutta, posso ritenermi soddisfatta: ho accumulato lamentele, mugugni e malumori a sufficienza per tutto il corrente mese.
Dapprincipio era uno di quelli che nessuno si fila. Poi è diventato un ausiliario dei vigili ed il castigo per ogni cittadino automunito del circondario. L’assaggio di potere esercitato su ogni possessore di patente gli ha dato alla testa. Con la divisa – di una taglia di meno – rimane comunque uno di quelli che nessuno si filerebbe, ma tutti in paese ci siamo rassegnati ad averci a che fare. Volenti o nolenti. Risulta difficile ignorarlo quando salta fuori dalle aiuole comunali nell’intento di sorprenderti a non pagare il parcheggio. Il problema è che da quando è stato assunto in forza della pubblica autorità si è eretto a vendicatore di ogni trasgressione. Stradale e non. Da qualche anno ormai offriamo la riedizione lacustre di “Mezzogiorno di fuoco” sulle nostre strade. Da stamane staziona in ufficio per un controllo con la paletta nella fondina, ma col taccuino dei verbali spianato. E sembra non se ne voglia andare. Men che meno col taccuino intonso.
Ho sbagliato a sottovalutare le potenzialità del giornalaio. Stamattina, oltre ai soliti giornali conservati sotto al banco, vedendo che acquistavo anche un settimanale unicamente per il dvd di Garfield, si è lanciato in una veloce recensione augurandomi una buona visione.
anche stasera prenderò la via di casa sui gomiti per la stanchezza.
Il nome Gabriele Paolini può non dire niente, ma basta fare attenzione laddove ci sia una diretta per vederlo appostato come una poiana alle spalle dello sventurato giornalista. Allora si, il suo faccione risulterà familiare. Senza dubbio il disturbatore è considerato una spina nel sedere da chi svolge la professione. Tuttavia, il nostro, finora ha agito (quasi) indisturbato, imperversando nelle dirette dei tiggì, forte del fatto che piazze e strade sono su suolo pubblico ed evitare la telecamera non è un dovere. Ma non smaronare chi lavora sarebbe comunque cortesia e deve averlo pensato anche il Giudice che ha punito con tre mesi la sua attività silenziosa, ma invadente, giudicandola alla stregua di interruzione di pubblico servizio. Dubito sia servito a limitare le incursioni paoline. Se così fosse, gli spettatori, assuefatti alla sua presenza, non vedendolo nei collegamenti, dovrebbero cortesemente rivolgersi a “Chi l’ha visto?”, regalandogli così quel paio d’ore di notorietà. Che quei minuti striminziti conquistati col rischio di microfonate a telecamere spente, sono una faticaccia.
Prima di mettermi al lavoro, ritardo o meno, il rito spaiato prevede un salto in edicola ed il caffè al baretto di fianco. Quando abitavo in mansarda la giornalaia mi teneva il Sole perché tanto sapeva che di lì dovevo passare. Trasferita sulle alture sono diventata meno fedele e più banderuola. Vado un po’ a vanvera a seconda delle esigenze. Se ho bisogno di altro (vedi sigarette) mi fermo a quello sotto casa e già che ci sono bevo lì anche il caffè, se no, mi spingo fino in piazza, che ha una parete dedicata a riviste d’arredamento. Molto dipende anche dall’umore e dal tempo. Finalmente il giornalaio in piazza mi ha conquistata strappandomi alla concorrenza. Entro ed una signora a fianco chiede il Sole prima di me. Lui le risponde che ne è rimasto solo uno ed è stato tenuto via per la ragazza con la coda. Siamo in quattro e tutte convinte di essere la proprietaria della coda giusta. Sono uscita trionfante col giornale giurandogli fedeltà.
Quando si dice che la settimana si vede dal lunedì. Non ero ancora entrata in ufficio che già mi aspettava un “tomo” bello corposo sulla scrivania. Casomai non lo vedessi, c’era pure un bel biglietto a caratteri cubitali. Dopo aver passato le ultime sette ore ad inserire dati, dopo aver finalmente dato alla stampa il noiosissimo passatempo della giornata e dopo aver ricavato due occhi a palla che farebbero invidia a Garfield (il gatto), ecco che, appena mi concedo un caffè, si materializza “il tomo, 2° parte” con il seguito del biglietto. Sarò latitante nei giorni a venire, temo.
Quando incontri qualcuno che non vedi da tanto, sbrigati i convenevoli, si fa il punto di tutti quelli che gravitavano nella tua vita in quel preciso periodo. In pratica le conoscenze comuni in un giro di gossip d’aggiornamento. Così anche con l’assistente in tribunale, che tanto avevamo tutto il tempo ed un divano di pelle di cui profittare. Già sapevo che un buon numero di compagne del liceo si sono sposate, riprodotte e separate da mia madre, che non perde occasione per fare il censimento di chi manca all’appello, figlia compresa. Dei maschi, latitanti, si sa poco o niente, tranne di uno. Che poi era quello che m’interessava. Siamo stati vicini di banco per tredici anni. Lui è stato il primo bambino a farmi una dichiarazione con tanto di fiori rubati alla bidella nel cortile della scuola, romanticamente accanto ad un bidone della spazzatura. A lui ho dato il primo bacio (vero) in quelle feste in cui c’è abbondanza di coca-cola ed ormoni impazziti. Sempre lui è stato il primo a mandarmi al pronto soccorso per avermi temperato un dito. Ed in verità la sottoscritta ci aveva messo del suo, smaronandolo per tutto l’anno scolastico con dispetti di ogni genere (colpa che mi sono ben guardata di ammettere). Lui ora conduce un programma di musica. Su gugòl ho fatto una ricerca per immagini e quello che ne viene fuori cozza con quello che mi ricordavo. Per cominciare non ha più i ricci che tanto mi piacevano, ma servirebbe una ulteriore verifica, se solo trovassi il canale di All Music.
Riemergo un attimo dal lavoro rognoso che mi sono ritrovata stamane per iniziare bene la settimana solo per segnalare che il gelsomino sta buttando nuovi germogli. Alla faccia di chi sosteneva che come giardiniera non valessi una cicca. Son soddisfazioni.
E alla fine il mio dovere di testimone è stato svolto senza intoppi. Non che abbia fornito un contributo prezioso oltre alla presenza spaiata. Se non si vuole considerare il contesto. L’imputato col colorito in tinta con la camicia bianca che serviva anche a mascherare una sudorazione eccessiva causa sopraggiunta paura. Noi, che siamo bravi ragazzi, e in tribunale non ci avevamo mai messo piede ci siamo subito persi nei corridoi e l’avvocato ha provveduto a sguinzagliare le sue assistenti nella ricerca. Dopo un’ora noi già si progettava di aprire un chioschetto di bibite e panini all’interno del tribunale. Dopo due eravamo già tutti pacche sulle spalle e battute con i testimoni degli altri processi. Dopo tre necessitavo di un caffè e mi sono ripersa. Sono stata riportata all’aula via telefono dall’assistente. Dopo quattro noi due (io e l’assistente) ci eravamo aggiornate su tutti i compagni di scuola in comune. E dopo cinque ore a far tappezzeria e fiaccati dal divano di pelle che fa sudare il sedere, ci hanno fatto sapere che noi testimoni non saremmo stati nemmeno ascoltati. Trenta secondi dopo, l’amico ormai ridotto ad un fascio di nervi ed espressivo come un mocio è stato assolto per denuncia ridicola.
R*, se leggi, mancavi solo tu alla rimpatriata. E ci avresti fatto da navigatore per l’occasione. Tra due martedì si esce tutti a cena, paga l’imputato.
Tra l’una e l’altra ho scelto la meno battuta. E meno male, a dar retta alle “invasioni barbariche” sul turismo femminile dell’isola (l’altra). A Boavista ci sono due alberghi, spiagge, deserto, la grande palma, una ultramaratona una volta all’anno - ma non è questo il periodo - e Santigna che cucina le aragoste nel “corridoio”. E tre cose sono veramente necessarie: le infradito, un costume e la digitale.
Se non si fosse capito ho bisogno di ferie.
Sembra che il lavoro rognoso sia convogliato tutto sulla scrivania della sottoscritta. La Spaiata nei giorni a venire potrebbe essere rinchiusa in cattività all’interno dell’ufficio per smaltire svariati chili di pratiche. In caso di eventuale assenza, si distribuisce l’ultima foto in cui la stessa è stata avvistata in libertà. 
Se manca per più di tre giorni, consegnatela a “chi l’ha visto?”, affinchè qualcuno si prenda la briga di provvedere ad una rapida liberazione.
Il buon umore resiste. Nonostante la focaccia con olive e capperi fatta con le mie manine sante mi sia rimasta sullo stomaco. Nonostante la mole di lavoro disumana che giace sulla mia scrivania in attesa che qualcuno se ne occupi. Nonostante l’ex pasticcere sia passato a darmi la ferale notizia: venerdì l’avvocato della controparte mi interrogherà e la sottoscritta in proposito ha solo un vago ricordo. Nonostante l’ex infame mi riproponga un aperitivo a casa sua, come ogni mercoledì. C’è di peggio nella vita.
Spaiata: papà firma qui, è un’autorizzazione per devolvere una piccola somma in una buona causa. Senza dubbio una buona azione.
Lo conosco, quando alza il sopracciglio, cosa che faccio anch’io, significa che sta facendo mente locale. Ovviamente non viene a capo di nulla, ma è sospettoso. E fa bene.
Babbo: si, ma quale causa?
Spaiata: è un fondo perso pro armadio spaiata. Sto facendo il cambio degli armadi e a furia di eliminare, regalare, buttare, fa pena a vederlo così vuoto.
E siccome raramente chiedo sovvenzioni, il genitore non ha fatto una piega versando una cifra più che decorosa a rimpolpare l’armadio. Ed ora vado a fare shopping.
Ogni tanto, con moderazione, non fa certo male farsi viziare.
C’è il sole che mi bendispone nei confronti del mondo, ho ricevuto una dose extra di coccole dal felino di casa stamattina, il fidanzato non si è mangiato l’ultimo muffin, la scottatura da 2000 fa meno male di ieri e mentre venivo in ufficio alla radio c’erano i Pearl Jam con Alive che riesce sempre a darmi la carica. Sono di buon umore, ecco. Ora bisogna solo mantenerlo così fino a sera.
L’ennesimo preventivo consegnato a mano dall’omino dei telefoni. Con importo superiore degli altri di 1.200,00 euro. Dopo averlo visionato la tentazione di legare l’omino dei telefoni ad un razzo acme ed espellerlo così, seduta stante, dal locale senza aprire la porta è stata forte. Quest’ufficio, al momento, sull’argomento ha tre posizioni discordanti: si (Spaiata), no (capo), aspettiamo-e-vediamo-che-succede (genitrice). Tra il ventaglio di preventivi assurdi io sceglierei il meno peggio, perché non se ne può più. Il capo invece vuole andare fino in fondo e vederci chiaro, nel frattempo la sottoscritta parla al telefono col dubbio che chi sta dall’altra parte capisca cosa vado dicendo. Mia madre in attesa di decidere sul da farsi ha deciso di scambiare il mio telefono trafficatissimo e rotto con un altro meno usato. Quello del geometra, che a sua volta era già il mio. Che a questa soluzione ci ero già arrivata operando lo scambio senza farne parola con nessuno. In pratica, di nascosto o alla luce del sole, i telefoni vanno e vengono di ufficio in ufficio e di quattro non ce n’è uno degno di chiamarsi con tale nome. Il dramma sono le prove di comunicazione. Se mi chiamano un’altra volta al telefono dal bagno, esco. Dai gangheri.
Stamattina in ufficio nessuno ha lavorato. Causa tafferuglio da cortile. E non è per la collocazione dei bidoni del pattume o un parcheggio selvaggio del signore al 3° piano o il cane del 1° che lascia evidenti segni del suo passaggio sugli zerbini altrui. Guest star condominiale è il felino del 2° piano che in un discovery piuttosto temerario è finito sul tetto e da lì non si muove. Sono stati tentate più strategie di soccorso per convincere il micio che come è salito può scendere. Persino il figliolo della sciura Maria, un omone di due metri per due, ha tentato l’impossibile cercando di raggiungere il gatto dal balcone più alto, ma mancava di agilità (l’uomo, non il felino) per raggiungere lo scopo. Così, prima di scomodare i pompieri, con un gioco di squadra condominiale senza precedenti è stata creata una passerella croccantinata per permettere al felino, spaurito da tanto interesse, di far ritorno al suo balcone sano e salvo. Ad operazione riuscita, già che tutti quanti eravamo in cortile si è discusso pure di raccolta differenziata. C’è chi butta la plastica nella carta e viceversa. Al solito.
A colpo sicuro: capelli color castagna (sottobosco ad essere precisi), scherzi al fidanzato (scherzi a parte mi fa un baffo), fumatrice, immersioni a Gambarogno, pizzoccheri spaiata (cucina spaiata creativa), casalinga perfetta, detesto espadrillas (repulsione di lunga data, ormai), ernia per mobili ikea, condominio scemenze (prima o poi ci scriverò un libro ” ho visto cose che voi condomini non potete nemmeno immaginare”).
I confusi: fidanzato Dolcenera (rivolgersi a Stanze di vita quotidiana), in alternativa a Baccini, maratona calzino (al massimo in autonomia posso fare i 100 metri), erba gatta blog, gatto rognoso (il felino di casa è un principe, pure cotonato).
L’importante è crederci: sta piovendo uomini, torta di pere e cioccolato con brugola, quali sono i giorni lavorativi nella settimana, fare zampone (un grande ritorno), guidare coi tacchi (la sottoscritta nemmeno in casa riesce a stare in equilibrio), le regole per broccolare, mutande segnatempo.
Quelli sempre sul pezzo: Papa a puntocroce, Ratzinger gatto, santuari mariani, Costantino e Daniele nudi (ussignur).
Piuttosto che andare a fare la spesa preferirei guardarmi la prima parte di un documentario sulla riproduzione dello gnù. La seconda parte la terrei per quando tocca stirare. Sono una casalinga improbabile, lo so, ma non me ne cruccio.
Tommy il cane del bar di paese, che alla mattina sale in vetta ad attendere gli escursionisti. In cambio di un assaggio del pranzo al sacco, allieta i presenti con abbaiate ai sassi e zompi nella neve, sempre se non decide che il tuo asciugamano steso è molto più invitante dell’erba.
Un gruppetto di stambecchi che, levatisi dalle palle gli escursionisti caciaroni, scendono a valle alla ricerca di erbetta fresca. Quando mi hanno vista sdraiata a pelle di leopardo sullo strapiombo non avendomi identificata come bipede, si son pure messi in posa.
Del fidanzato è sempre meglio dubitare. Lui non è dotato di bugie di repertorio, ma infiocchetta la verità. Mi ha convinta che avremmo fatto una passeggiata poco impegnativa ed invece abbiamo camminato per ore su un sentiero ripido e sulle slavine. Ma una volta in cima ne valeva davvero la pena.
Ma Marco Basile, quello della fattoria in continua scaramuccia da cortile con la Montanarini, nella vita che fa?